
Via Casilina Vecchia 42, per una certa generazione romana, non è mai stato soltanto un indirizzo. Somiglia piuttosto a una coordinata salvata da qualche parte nella memoria, come quei vecchi punti di respawn dei videogiochi che continui a ricordare anche vent’anni dopo aver spento la console. Il 4 settembre 2026 quel cancello torna finalmente ad aprirsi al pubblico dopo oltre un decennio di silenzio, anche se parlare semplicemente di “riapertura del Circolo degli Artisti” sarebbe scorretto: lo storico Circolo non torna, almeno non nella forma, nella gestione e nell’identità che abbiamo conosciuto. Al suo posto nasce Spaziotempo, progetto culturale promosso da Barra Spaziatrice A.P.S. insieme ad Agorà S.p.A., vincitori della concessione temporanea legata all’avviso pubblico di Roma Capitale e Zètema Progetto Cultura. Fino al 30 ottobre verrà utilizzato esclusivamente il giardino e lo spazio esterno, mentre la vecchia sala concerti, già interessata dalle operazioni di bonifica e messa in sicurezza, resterà chiusa in attesa degli interventi successivi. È una differenza apparentemente burocratica, ma per chi quel luogo lo ha attraversato davvero cambia quasi tutto: riaprire un cancello non significa necessariamente riaccendere ciò che esisteva dall’altra parte.
Gli storici gestori del Circolo degli Artisti, infatti, hanno reagito pubblicamente alle notizie sulla riapertura prendendo nettamente le distanze dal nuovo progetto e rivendicando la storia, il nome e l’identità culturale della vecchia esperienza. Ed è giusto partire da questa frattura, perché la memoria dei luoghi non può essere trattata come una scenografia da restaurare. Spaziotempo è qualcosa di nuovo che abita un luogo vecchio, non il sequel ufficiale del Circolo; semmai assomiglia a quelle produzioni ambientate nello stesso universo narrativo ma affidate a un’altra squadra creativa, con personaggi diversi e ancora tutto da dimostrare. La programmazione annunciata mescola musica, teatro, arti digitali, formazione e socialità, con un’impostazione prevalentemente gratuita e un giardino di circa quattromila metri quadrati restituito all’uso pubblico. L’opening del 4 e 5 settembre mette subito insieme live, dj set e persino Roma-Atalanta raccontata dal vivo dalla redazione de L’Ultimo Uomo, mentre il progetto coinvolge realtà legate alla formazione, alla performance e ai linguaggi contemporanei. Qualcuno potrà amare questa direzione, qualcun altro sentirla lontanissima dallo spirito originario. Probabilmente entrambe le reazioni raccontano qualcosa di vero.
A rendere tutto più complicato, almeno per me, interviene però quella maledetta memoria generazionale che trasforma gli edifici in macchine del tempo. Il Circolo degli Artisti degli anni Novanta e Duemila apparteneva a una Roma culturalmente diversa, ancora molto analogica e già inconsapevolmente digitale, sospesa tra flyer fotocopiati e forum online, SMS organizzativi e primi siti web, VHS passate di mano in mano e DivX scaricati durante la notte con connessioni che oggi farebbero impazzire persino un monaco zen. Fu dentro quella città che la cultura nerd romana iniziò lentamente a smettere di essere soltanto una costellazione di piccoli gruppi isolati. Fumetto, manga, fantascienza, giochi di ruolo, animazione giapponese e cosplay stavano costruendo comunità prima che qualcuno imparasse a chiamarle fandom. Satyrnet, nato nel 1999 proprio con l’idea di mettere in comunicazione mondi che allora sembravano molto più distanti di oggi, sarebbe cresciuto negli anni successivi attraverso fumetto, cosplay, cinema, musica, GRV e cultura fantastica, cercando di raccontare quelle passioni come fenomeni culturali e non come innocue eccentricità adolescenziali. La filosofia non era poi tanto diversa da quella che avrebbe continuato ad accompagnare Satyrnet e, più tardi, CorriereNerd.it: creare connessioni tra persone che condividevano immaginari, curiosità e quella strana ostinazione a voler continuare a sognare anche diventando adulti.
Proprio dentro quella Roma, il Circolo rappresentava qualcosa di prezioso: un territorio culturalmente poroso. Non serviva che sulla porta comparisse l’etichetta “evento nerd” affinché un nerd potesse sentirsi a casa. Musicisti indie, fumettisti, studenti, artisti, punk, appassionati di cinema, creature della notte e primi cosplayer con costumi costruiti in camera propria potevano finire nello stesso posto senza avere la sensazione di partecipare a compartimenti stagni. Oggi siamo abituati a convention gigantesche, contest tecnicamente impressionanti, creator seguiti da centinaia di migliaia di persone e community capaci di organizzarsi in pochi minuti attraverso Discord, Telegram, TikTok e Instagram; nei primi Duemila il meccanismo aveva qualcosa di più artigianale. Una parrucca recuperata con difficoltà, una stoffa sbagliata, una videocassetta con qualche episodio di un anime, una fotografia scattata con una compatta digitale da due megapixel potevano diventare strumenti di aggregazione. Il cosplay italiano stava ancora definendo se stesso, e Roma viveva quella fase pionieristica attraverso realtà, gruppi e associazioni che sperimentavano formati senza avere davanti un manuale già scritto. Satyrnet faceva parte di quell’ecosistema fin dalle origini, sviluppando negli anni progetti specifici anche dedicati al mondo manga, alla fantascienza e al cosplay. Ripensarci oggi fa quasi sorridere: cercavamo community prima che le piattaforme digitali trasformassero la parola community in una metrica da presentazione PowerPoint.
Il Circolo funzionava magnificamente proprio perché non sembrava progettato per creare tutto questo. Le migliori contaminazioni culturali raramente nascono da una riunione in cui qualcuno disegna una freccia tra due caselle chiamate “target”. Nascono perché metti persone diverse abbastanza vicine da permettere loro di scoprirsi. Una sera potevi arrivare per un concerto e ritrovarti a parlare di Miyazaki, Star Wars, Lovecraft o di quel nuovo manga introvabile; potevi conoscere qualcuno attraverso un amico, ritrovarlo settimane dopo a un evento e scoprire improvvisamente di appartenere alla stessa piccola galassia. Nessun algoritmo aveva deciso che avreste dovuto incontrarvi. È forse questo l’aspetto della vecchia cultura nerd che continuo a considerare più interessante: l’incontro precedeva la profilazione. La passione arrivava prima del personal branding. Il costume prima del reel. E quella libertà un po’ disordinata permetteva a luoghi come il Circolo degli Artisti di diventare accidentalmente importanti anche per comunità che non costituivano il loro pubblico principale.
La chiusura del 2015 ha trasformato lentamente quella memoria in archeologia urbana. L’area è rimasta inutilizzata per anni mentre procedevano contestazioni amministrative, interventi sulle strutture, demolizioni degli abusi, rimozione di rifiuti e bonifica dall’amianto; secondo quanto ricostruito in questi mesi, il percorso di recupero ha richiesto circa due anni di lavori prima di rendere possibile l’attuale riapertura parziale. Passare davanti a quel cancello chiuso significava osservare una specie di savegame corrotto della Roma alternativa: sapevi perfettamente cosa era esistito lì dentro, ma non potevi più entrarci. Da creativo che da anni lavora proprio sulla relazione tra spazi, pubblico e memoria, trovo quasi inevitabile interrogarsi su questo punto. Un luogo culturale non coincide mai soltanto con i suoi muri. Puoi restaurare un edificio, rifare un impianto, ridisegnare un giardino, installare un palco nuovo; molto più difficile ricostruire quella rete invisibile di rituali, incontri, abitudini e appartenenze attraverso cui una comunità decide spontaneamente che un posto è diventato “suo”.
Spaziotempo parte dunque con un’eredità enorme e, forse saggiamente, con un nome diverso. Sarebbe ingiusto pretendere che ricostruisse il Circolo degli Artisti come se bastasse premere “New Game Plus” e ripartire mantenendo tutti gli oggetti dell’avventura precedente. Gli stessi ex gestori rifiutano esplicitamente questa continuità e rivendicano la memoria del progetto storico; contemporaneamente Roma Capitale considera la riapertura temporanea una prima fase verso un futuro affidamento più lungo dell’area. Le due narrazioni possono convivere, anche se producono inevitabilmente attrito: da una parte la tutela dell’identità di un’esperienza culturale irripetibile, dall’altra la necessità di restituire alla città un patrimonio pubblico rimasto chiuso troppo a lungo. Fingere che la contraddizione non esista sarebbe molto meno interessante che attraversarla.
Domani, 4 settembre, qualcuno passerà nuovamente quel cancello senza avere vissuto una sola notte del vecchio Circolo. Magari avrà vent’anni, sarà cresciuto guardando anime in simulcast anziché cercando fansub, avrà scoperto il cosplay attraverso TikTok anziché attraverso un forum, considererà perfettamente normale vedere videogiochi, musica, arte digitale e fumetti contaminarsi continuamente. Per quella persona via Casilina Vecchia 42 non rappresenterà un ricordo: rappresenterà una possibilità. A noi reduci di quella Roma pre-social resterà inevitabilmente il riflesso di confrontare ciò che vedremo con quello che ricordiamo, sapendo però che nessuna cultura sopravvive trasformandosi in museo di se stessa. Forse la domanda interessante non è se Spaziotempo sarà il nuovo Circolo degli Artisti, perché probabilmente non dovrebbe esserlo. La domanda è se quel giardino saprà tornare a produrre incontri imprevisti, linguaggi strani, comunità ancora senza nome e quella meravigliosa sensazione di entrare da qualche parte per una ragione e uscirne parecchie ore dopo portandosi dietro qualcosa che non avevamo previsto. Su questo, più che sulla nostalgia, vale davvero la pena ricominciare a discutere.
L’articolo Circolo degli Artisti di Roma: la rinascita di un tempio underground tra memoria geek, musica indie e cultura alternativa proviene da CorriereNerd.it – Il magazine nerd by Satyrnet.


