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Zodiac

Cast: Jake Gyllenhaal, Mark Ruffalo, Anthony Edwards, Brian Cox, Dermot Mulroney, Geoff Callan, Pell James, John Hemphill, Charles Schneider, Micah Sauers
Regia:
David Fincher
Sceneggiatura:
James Vanderbilt
Durata:
02:36:00
Data di uscita:
Venerdì 18 Maggio 2007
Genere:
Thriller
Distribuito da:
WARNER BROS. ITALIA (2007)

 

Durante l’estate del 1968 uno spietato assassino mieteva vittime a San Francisco.

Questa è la premessa del film.

Una storia realmente accaduta e che fino ad oggi non ha avuto un colpevole.

Ed è a questo punto che arriva il film ( basato sull’omonimo libro, “ Zodiac”).

Perché di lati oscuri e di dubbi della faccenda te ne fa venire tanti.

Fincher è riuscito con grande maestria a costruire un film che sta fra il docusoap e il thriller, a differenza dell’ “Ispettore Callaghan il caso skorpio è tuo” (film del’ 71 che ricalcava le gesta dell’assassino) questo non è un poliziesco canonico, non esiste un vero protagonista.

Il film svela la trama attraverso lo sguardo di diversi personaggi, come in un documentario in cui i rispettivi protagonisti della vicenda sono chiamati a narrare la loro esperienza.

All’inizio è il giornalista Robert Downey Jr.  a interessarsi al caso, poi, la macchina da presa ci fa  notare  questo piccolo ometto in disparte, il vignettista Robert Graysmith (Jake Gyllenhaal), mettersi al lavoro sulla soluzione degli enigmi che Zodiac recapita alla  testata  giornalistica dove lavorano entrambi.

L’azione viene poi spostata sull’agente di polizia Mark Rufallo che segue il caso quando l’omicida arriva a San Francisco.

Il tutto, senza alcuna frenesia, come nel precedente “Panic room”; tutto il contesto ci fa presagire calma come il “desk” su cui lavora il vignettista. La drammaticità è sì costante ma sempre vista attraverso l’occhio oggettivo di una scrivania della redazione o il bancone di un bar, a sorseggiare deliziosi drink hawaiani, e non schotch come nella vecchia tradizione poliziesca.  

 Soluzione dell’enigma non c’è, non possiamo averla, il caso è insoluto.

Anche se il film ci dà una speranza, si divide in due parti: la prima segue lo schema dell’assassino come in una macabra ricostruzione documentaristica, la seconda vede Robert Graysmith (il vignettista) ripercorrere la storia di Zodiac e riprendere tutti i punti tralasciati.

Il film si prospetta speculare, la prima (la ricostruzione del periodo,gli omicidi) e la seconda si completano in un mosaico raccapricciante, sono l’una il complemento dell’altra, come lo sono le quasi tre ore di film nell’intento di comprendere al meglio il lavoro svolto dal regista per costruire questo giallo atipico.

Ricostruzione fatta a tutto tondo, non solo i colori, le scene ci riportano agli anni fra il 1968 e il 1983 ( arco necessario per la stesura del libro Zodiac), anche i tempi dell’azione, troppo veloci nel cinema di oggi nel districarsi dall’intreccio. In Zodiac il  tempo si dilata, ci  mostra brevi cenni della vita di questi uomini e di come alcuni di loro lasciarono il caso, aneddoti simili a quelli dei documentari che riempiono la storia e la fanno più limpida e completa.

Pezzi di puzzle che cercano una risposta che allo spettatore più attento tarderanno a mettere insieme. Sarebbe utile riguardare il film e percepire alcuni incipit, da cui far uscire nuove strade che non sono neppure quelle a cui il film vorrebbe portarci. Ma sto dicendo troppo.

La critica americana non ha gradito l’opera di Fincher, abituata ai suoi ritmi isterici e alle ambientazioni claustrofobiche da lui genialmente costruite.
Si spera abbia maggior interesse qui in Europa dove film cosi riflessivi e fuori dai canoni Hollywoodiani sono molto apprezzati.

Da considerare, poi, che il film sia stato girato totalmente in digitale.

E’ un fattore decisivo nella riuscita artistica di quest’opera.

Non sembra affatto un film girato in digitale, eppure è la stessa macchina usata da Mann per girare Collateral e Miami Vaice.

Fincher è riuscito a sfruttare lo sporco del digitale per ricostruire quella patina anni ‘60 in modo magistrale; sicuramente il risultato finale deve qualcosa anche ad una post produzione  ma comunque il risultato è ammirevole.

Fincher con il passare del tempo si sta sempre di più proponendo come un autore di nicchia, abbandonati  gli ambienti claustrofobici che hanno seguito la sua storia, ci propone un opera complessa e asciutta, dai toni riflessivi e con uno spiccato accento al documentaristico.

La strada intrapresa da Fincher è quella della sperimentazione ( digitale)e, comunque, anche in un film riflessivo come questo sa ancora concederci perle del suo personale  tono più macabro, l’omicidio della coppietta in riva al lago ci ricorda la paternità di un Fincher in crescita, e si spera, mai in discesa.

 

di Giulio Cangiano

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Categories:   Cinema & Tv, Dal vecchio sito

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