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Nel nuovo speciale di Satyrnet dedicato ai fotografi di “cosplayer” (ma non solo!), oggi parliamo di un caro amico, Roberto Di Vito, che solo ultimamente ha “donato” la sua professionalità al mondo del Cosplay ma, in realtà, si porta dietro un grande bagaglio di produzioni cinematografiche e televisive con collaborazioni nazionali ed internazionali di grande rilievo. Roberto è stato sempre affascinato dai racconti di fantascienza, dai fumetti e dai film  thriller, fantasy e horror… che hanno influenzato il suo immaginario e il suo stile fin dall’adolescenza. I cosplayer rappresentano per l’artista il desiderio di “sognare questi mondi fantastici dell’infanzia”. I fruitori del Cosplay esprimono in maniera creativa il desiderio di vivere, anche se per poco tempo, mondo immaginari… che Roberto sente molto vicini alla sua creatività. “Provo una naturale simpatia…anche perché mi è sempre piaciuto fotografare e riprendere… e ai cosplayer piace essere fotografati” ribadisce Roberto Di Vito in una nostra intervista “Penso che non sia una “moda” passeggera… e credo ci sia qualcosa di più profondo rispetto a quello che sembra”.

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Per parlare di lui riportiamo fedelmente due articoli redatti da noti critici cinematografici.

Domenico Monetti lo descrive così:“Assistente alle riprese per due film di Nanni Moretti (Bianca e La messa è finita). Segretario di edizione del film La setta di Michele Soavi. Regista, operatore e montatore video di backstage di importanti spot pubblicitari, tra i quali tre per la Banca di Roma diretti da Federico Fellini. Lavora sui set di Phenomena, Opera e Due occhi diabolici di Dario Argento. Esordisce ufficialmente alla fine degli anni Ottanta con un cortometraggio thriller La notte del giudizio, anche se Roberto Di Vito ha cominciato a quindici anni girando una quarantina di cortometraggi in super8, alcuni di questi devono molto all’estetica autarchica del primo Nanni Moretti. Ma è con Sole (1994), vincitore del premio del pubblico al Festival di Capalbio 1995, che si delinea una cifra autoriale più precisa. l cortometraggio successivo, forse il capolavoro del regista, “Ai confini della città”, è un amaro apologo di una civiltà e di più generazioni allo sbando, all’interno di una Roma inedita, completamente svuotata, pronta alla desertificazione, molto vicina ai paesaggi apocalittici di Ciprì e Maresco. Vincitore di svariati premi, tra i quali il Globo d’Oro nel 1998, segna anche il passaggio verso un approfondimento di tematiche sempre più personali: l’attenzione verso gli ultimi, condito da un realismo magico ambientato in luoghi mai banali, dal corto comico, interpretato da Stefano Masciarelli, Il parco (2000), all’astratto Righe (2001) e all’intenso L’angelo (2004). Per arrivare poi all’agognato esordio al lungometraggio Bianco, rielaborazione dell’omonimo cortometraggio del 2001, summa del cinema corto del regista con echi polanskiani e antonioniani”.

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Invece il critico Anton Giulio Mancino (“La Gazzetta del Mezzogiorno”, “Cinecritica”, “Cineforum”)  ha scritto: “Non è facile imbattersi nel panorama asfittico delle opere prime, molte delle quali terribilmente omologate, in un film come quello di Roberto Di Vito, così attento ai valori plastici e figurativi della composizione, della messa in quadro geometrica e rigorosa di ossessioni visive ed esistenziali, tali da renderlo, al di là del pretesto narrativo, particolarmente adatto ad esplorare i territori del fantastico, da decenni assai poco proficuamente praticati nel cinema italiano“.

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Alcuni Suoi lavori

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Gianluca Falletta
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