Nel giugno 1952, centododici anni dopo le scoperte di Stephens e Catherwood, l’archeologo messicano Alberto Ruz, impegnato nel restauro di alcune rovine Maya di Palenque, compì una scoperta sensazionale, che ancora oggi suscita l’interesse e la perplessità di molti studiosi.

Palenque è un importantissimo centro archeologico situato nello stato messicano di Chiapas. Si dice che sia stata la più grande città dell’emisfero occidentale; poi, circa 11 secoli fa, la popolazione la abbandonò e la lasciò alla giungla; ancora oggi non conosciamo le cause di questo esodo. Probabilmente fu fondata prima dell’età cristiana, e raggiunse il suo massimo splendore fra il 500 e il 700 d.C.; poi il misterioso abbandono, tanto che, quando nel 1519 Cortés sbarcò in Messico, Palenque era già una città fantasma sommersa dalla giungla. Bisognerà aspettare la fine del XVIII secolo perché uno spagnolo, Antonio del Rio, ne ritrovi le rovine; ma le sue ricerche non avranno seguito, e Palenque sarà nuovamente dimenticata. Nel 1830 ci fu una riscoperta della città da parte di un soldato di ventura, Jean Frédéric Waldeck, che rimase per più di tre anni nella zona realizzando diversi schizzi dei ruderi.

Furono, però, i famosi esploratori Stephens e Catherwood, che nel 1840 si recarono nella città, a scrivere un libro che parlasse di questa splendida scoperta: Palenque, però, serbava ancora nascosto gelosamente il suo tesoro più prezioso; gli scavi archeologici iniziarono soltanto nel 1930 diretti dall’archeologo M. A. Fernandez, in collaborazione con F. Blom e Ruz Lhuillier, fu nel corso di questi lavori che vennero riportati alla luce numerosi templi; soprattutto è da ricordare la scoperta del Tempio delle Iscrizioni che in futuro avrebbe rivelato una scoperta sensazionale.

Eccoci dunque al giugno del 1952: Ruz si trovava nel Tempio delle Iscrizioni per dei restauri e notò casualmente che nel pavimento una lastra aveva dei fori per le dita e poteva essere sollevata: al di sotto di questa lastra c’era una stretta scala che scendeva all’interno della piramide; a diciotto metri di profondità c’era un’altra lastra di pietra, presso la quale furono trovati sei scheletri maya, custodi di quella che doveva essere la sala più interna della piramide. Questa lastra era, in effetti, l’ingresso di una cripta di piccole dimensioni, contenente solo una tomba coperta da una colossale lastra di pietra scolpita del peso di cinque tonnellate. L’uomo che vi era sepolto era chiamato halac uinic, ossia il “Vero Uomo.” E infatti sulla lastra è ritratta una figura umana in pose molto simili a quelle di un astronauta in una navicella, in atteggiamento di pilotare il mezzo con leve e pulsanti, e alla base della raffigurazione compare una struttura (che qualcuno ha creduto di identificare con un motore) da cui fuoriescono delle fiamme; inoltre, nel groviglio di linee e forme confuse che circondano l’uomo, alcuni fantasiosi hanno creduto di vedere apparati per la respirazione e per il pilotaggio del mezzo.

Lo scrittore svizzero Erich von Daniken contribuì alla diffusione di questa erronea interpretazione con una pubblicazione del 1968 dal titolo “Ricordi del futuro,” nella quale sosteneva che la terra fosse stata visitata da civiltà aliene in tempi remotissimi e che successivamente si sia persa la memoria di questi contatti. Per quanto suggestiva, la teoria dello scrittore svizzero non può essere riferita all’immagine del “Vero Uomo” per alcune semplici ragioni: innanzitutto l’immagine dell’uomo non è quella di un alieno, ma evidentemente quella di un essere umano ed è altrettanto evidente dai suoi tratti somatici che si tratta di un uomo maya; in secondo luogo l’abbigliamento della figura non è adatto ad un viaggio spaziale, ma è chiaramente un vestito maya; infine l’ipotesi di un ancestrale contatto tra uomini e alieni dimenticato in epoca storica non si concilia con la data della sepoltura, che risale alla fine del VII secolo d. C.; inoltre alcuni simboli presenti in questa raffigurazione, interpretati molto fantasiosamente come strumenti spaziali, sono stati rinvenuti anche su altre pietre tombali proprio a Palenque e interpretati più correttamente tenendo conto della cultura locale: tali immagini sono simboli connessi alla sfera religiosa. Tra i simboli sono riconoscibili, ad esempio, quello relativo ad un essere soprannaturale chiamato il “Mostro della Terra,” una sorta di guardiano degli inferi, scambiato da Daniken per la parte inferiore dell’astronave; l’uccello quetzal, nella parte superiore della raffigurazione, è un simbolo solare che richiama la sorgente della vita; un oggetto a forma di croce è invece una pianta di mais.

Tutto questo ha portato gli studiosi a interpretare la raffigurazione non come un viaggio spaziale, ma come un viaggio altrettanto misterioso: il cammino dell’uomo dalla vita terrena al mondo dell’aldilà. Allora dov’è la grande importanza di questo rinvenimento? Semplice: per la prima volta è stata ritrovata una tomba in una piramide maya, solitamente costruite per ospitare solo luoghi di culto; una tale sepoltura doveva dunque essere riservata a un personaggio importantissimo nella comunità di Palenque, un personaggio temuto e rispettato proprio come se fosse veramente sceso dal cielo. Ma chi era dunque quest’uomo? Questo è uno degli interrogativi rimasti ancora senza risposta, accanto ad un altro, più inquietante, che potrebbe far tornare all’ipotesi della presenza di fenomeni paranormali nella vicenda dell’astronauta di Palenque: perché era chiamato “Vero Uomo”?

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