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elle poche righe che seguono vorrei sollevare il problema della censura nei cartoni animati, censura che al giorno d’oggi è diventata quasi un ossessione, una sorta di “cut” maniacale che non riguarda solo alcune scene del cartone animato ma anche le sigle e le musiche inserite nel cartone stesso. Una premessa è d’obbligo a questo punto: gran parte del materiale che viene messo in onda sulle nostre emittenti nazionali viene comperato sul mercato giapponese. Sappiamo che in Giappone esiste una vera e propria cultura del cartone animato che è visto come una forma d’arte alla pari dei film e per la cui realizzazione esistono numerosi e notissimi studi di lavorazione (Bird studio); il cartone è considerato una sorta di prodotto universale distinto per fasce di età, con prodotti adatti a  bambini, ragazzi e adulti.
In Italia questo tipo di suddivisione non è mai stata fatta: il cartone animato viene  concepito come un prodotto esclusivamente destinato ad un pubblico di bambini; non esiste, quindi, una divisione per fasce di età e di conseguenza nessuna distinzione della programmazione in fasce orarie diverse, come avviene invece in Giappone dove occupa un posto analogo ai nostri telefilm. Questa situazione è piuttosto singolare se pensiamo che per i telefilm esistono invece in Italia delle fasce orarie di programmazione. Il prodotto, dunque, così come acquistato in Giappone e anche a caro prezzo, risulta spesso non adatto ad essere trasmesso in Italia per un pubblico infantile. Ci sono molte regole che devono essere rispettate perché un cartone possa essere trasmesso sui nostri canali televisivi: alcune possono essere in un certo senso condivise, mentre altre non sembrano avere spiegazione logica.  Ad esempio vi sono censure nei dialoghi e nei nomi dettate da oscure ragioni. La giustificazione più comune è  i bambini non sono in grado di comprendere i nomi giapponesi e per questo si tende a pescare nel vocabolario comune, fino a rasentare l’assurdo come il taglio del nome della città di Tokio. A mio modo di vedere l’intero sistema andrebbe  completamente riconsiderato.
Per quanto riguarda la musica siamo abituati sin dagli anni 70 a vedere cantate in italiano le canzoni dei cartoni animati, e devo dire anche con ottimi risultati. Questo è l’unico adattamento che riesco a concepire: se ripenso alla mia adolescenza davanti alla TV devo ammettere che le sigle originali in giapponese non avevano per me molto senso. Sono rimasto sorpreso nell’apprendere – grazie ad un intervista con Mirko Fabbreschi, leader della cartoon band Raggi Fotonici – che molte vecchie sigle vedevano la partecipazione di alcune personalità del mondo della musica. Molte cose sono cambiate dalla fine degli anni ’70 ad oggi: come infatti ci ha illustrato Fabbreschi esiste una serie di regole nella composizione delle sigle dei cartoni animati che costituisce una sorta di vera e propria limitazione alla creatività compositiva basata, per altro, su vecchi studi di musicoterapia. Strumenti come il timpano o frequenze basse sono ad esempio assolutamente banditi, per non menzionare il glossario dei termini che non devono essere inseriti nei testi delle canzoni.
Forme di censura musicali all’interno del cartone si possono ritrovare anche nelle classiche musiche che accompagnano lo svolgimento della storia e che vengono usate per sottolineare alcuni momenti particolari. Rispetto alle versioni originali si  riscontrano tagli soprattutto nelle parti cantate, perché ovviamente in giapponese.
Anche le scritte in giapponese sono state totalmente rimosse e l’uso dei sottotitoli è cosa molto rara. Ma lo scempio vero e proprio può essere notato nello stravolgimento totale delle storie da parte dei maniaci del cut: veri e propri cambi di significato dell’intera storia con scene che mal si collegano con quelle precedenti e che rendono inspiegabili alcuni comportamenti dei protagonisti. Uno dei primi cartoni a cadere sotto le mani di questi pseudo adattatori fu il famosissimo “Kimagure orange road”. In questo caso il cartone originale subì una doppia punizione: oltre al cambiamento del titolo in “E’ quasi magia Johnny”, si aggiunsero tagli di molte musiche e di numerosissime scene giudicate troppo spinte e addirittura la soppressione di una intera puntata. Si è stimato che quasi due ore siano andate perse a causa degli adattamenti eccessivi,  per far diventare questo prodotto fruibile ad un pubblico di bambini.
Uno esempio recente che potrebbe far ridere se si pensa a tutto il lavoro di taglio che è stato fatto, se non fosse che è stato fatto dalla RAI a cui paghiamo un canone salato, riguarda il cartone delle “Super Gals”, ragazze alla moda (titolo originale “Kotobuki Ran”) storia in cui in origine si parla di una ragazza che si accompagna a uomini più grandi in cambio di soldi o vestiti in regalo.
Si potrebbe andare avanti all’infinito nel menzionare casi in cui si è fatto ricorso alla censura di parti audio e video. A tutt’oggi non esistono isole felici per i cartoni animati giapponesi nei nostri network commerciali. Qualcuno aveva indicato MTV come l’ultimo baluardo contro le forme di censura, ma nella realtà dei fatti questo non è accaduto. Lo dimostra il fatto che anche lì si è arrivati a forme di censura soprattutto di parti audio con modificazione di alcuni dialoghi (si veda il caso di GTO).
La verità è che si parla di due culture totalmente differenti. In Italia il cartone animato è solo ed esclusivamente un prodotto per bambini e così dovrà rimanere: via libera quindi all’importazione dal Giappone, ma mano alle forbici. Sorge spontaneo chiedersi come mai l’ Italia si ritrovi sempre a comprare prodotti costosi non adatti ai bambini, visto che in Giappone esistono, come si è detto, prodotti suddivisi per fasce di età, salvo poi doverli adattare, con ulteriore notevole esborso di danaro pubblico nel caso della RAI e relativa “censura” del prodotto stesso. Non si può credere che all’interno di queste strutture non vi sia qualcuno a conoscenza del fatto che in Giappone esistono prodotti specifici per ogni fascia d’età. La stessa Manera, di cui ricordiamo il nome per i testi delle canzoni cantata sulle reti Mediaset da Cristina d’Avena, che è stata la responsabile della programmazione per bambini sui canali Mediaset e che si recava in Giappone più volte l’anno, non poteva non sapere delle suddivisioni per fasce di età (fonte sito).
Il vero movente è probabilmente da ricercare in tutto quello che ruota intorno al mondo dei cartoni animati. Anche se vi è un divieto di interrompere il cartone animato con i messaggi pubblicitari, si può ben osservare come esso sia ben inserito, oserei dire sommerso, da pubblicità prima della sua messa in onda. A questo proposito è impossibile non notare che, pur di inserire uno spot pubblicitario in più, quasi sempre le sigle dei cartoni animate vengo tagliate negli ultimi 20 secondi. E questo è tanto più veramente incredibile se si pensa alla serie di regole a cui gli autori devono attenersi per la composizione della sigla, che, alla fine viene trasmessa incompleta.
Insomma la pubblicità regna e il merchandising influisce molto nella scelta dei prodotti da importare dal Giappone. Probabilmente anche i fumetti hanno giocato un ruolo fondamentale nella scelta dei cartoni animati da mandare in onda, come nel caso di “Dragon Ball” di cui esisteva già una versione doppiata, a cui però Mediaset a rimesso mano per godere del successo che la serie stampata stava riscuotendo applicando notevoli censure sia per i contenuti ritenuti “sexy” che per quelli “troppo violenti” nei combattimenti. Se è vero che fumetti famosi hanno influenzato la scelta di alcuni cartoni animati, è anche vero il contrario e cioè che l’andamento delle vendite dei fumetti è stato talvolta influenzato dalla notorietà dei cartoni televisivi.
Una cosa è certa e cioè che il sistema andrebbe rivisto per evitare di rovinare tutte queste serie di cartoni animati attraverso una serie di manipolazioni, tagli e censure inutili, cercando invece di salvaguardare l’integrità originale. Voglio dire che noi ragazzi, che abbiamo visto serie come “Devilman” e “Goldrake” (li rivedremo mai in Televisione?), siamo cresciuti ugualmente senza manie di trasformazioni robotiche o istinti omicidi.
Il sistema in generale presenta troppe falle e incongruenze: su un canale guardiamo cartoni animati censurati mentre su un altro c’è il telegiornale che trasmette notizie ed immagini terrificanti, o ancora trasmissioni di “intrattenimento” di dubbio gusto.   A cosa servono tutte queste censure se il problema di fondo è un altro? In realtà le famiglie vogliono cartoni animati davanti al quale poter abbandonare per ore i bambini senza la necessità di vigilare e cambiare eventualmente canale. Perché se esiste il sistema dei bollini (rosso, arancione e verde) questo non può essere applicato anche alla programmazione animata? Perché un adolescente per potersi vedere un cartone animato di senso compiuto, senza buchi neri, deve spendere oltre 25 euro per un dvd?
di Carlo Francesco Russo
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