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L’architetto Adriano

Adriano, l’imperatore appassionato di architettura che progettava edifici ispirati alla Grecia…e non solo come autocelebrazione. Storia di un archtetto-imperatore che rese magnifico l’Impero Romano.

Da tempo ci pensava il buon Adriano: nell’Urbe non si era mai visto niente di simile, sì, il suo sarebbe stato il tempio più grande dell’Impero e sarebbe sorto sulle pendici del Velia, dedicato alla dea Venere, madre di Enea e progenitrice della gens Julia, e dalla città di Roma divinizzata. Ciascuna delle divinità avrebbe avuto il proprio ingresso, la propria statua e la propria cella, separate l’una dall’altra da un muro, ma collegate da due passaggi aperti alle estremità. Era un progetto indubbiamente grandioso, insolito per l’architettura romana e italica, e diciamolo, l’imperatore Adriano (76-138 a.C.) che l”aveva creato, era particolarmente fiero del suo lavoro di architetto.

Così aveva spedito i suoi disegni a quel borioso siriano, Apollodoro di Damasco. Vediamo se avrà qualcosa da ridire, adesso” pensava l’illustre dilettante. Non voleva consigli, solo dimostrare ciò di cui era capace all’architetto preferito dal suo predecessore e tutore, l’imperatore Traiano.Ma il geniale costruttore del ponte sul Danubio, dei Mercati Traianei e del porto di Traiano era uno che non le mandava a dire e, invece di soddisfazione, rivolse all’imperatore un consiglio e un’aspra critica. Come primo punto, l’architetto dichiarò che si sarebbe dovuto costruire il tempio su di un piano sopraelevato, di modo che esso avrebbe potuto dominare la Via Sacra dalla sua posizione rialzata” racconta il funzionario imperiale Cassio Dione nella sua Storia Romana.

La seconda invece era diretta alla grandezza delle statue delle divinità, secondo Apollodoro sproporzionata rispetto a quella delle loro celle: ” Se le Dee desiderassero alzarsi dai loro troni per uscire fuori dal tempio, non sarebbero in grado di farlo (!), aveva notato con malcelata superiorità. L’imperatore ovviamente non la prese bene, eppure avrebbe dovuto immaginarlo: i loro rapporti erano sempre stati tesi, soprattutto da quando,intorno al 113 a.C. Adriano, che ancora non era imperatore e di fatto neppure architetto, aveva osato criticare uno dei suoi progetti di fronte a Traiano.

All’epoca l’antico Brunelleschi siriano era sbottato:Via di qui, vattene a disegnare le tue zucche! Di architettura non hai capito niente!“.C’era andato giù pesante, visto che le zucche in questione non erano ortaggi, ma cupole, quelle a spicchi che il giovane amava progettare, molto più articolate, movimentate e innovative delle cupole canoniche di Apollodoro. Probabilmente la discussione verteva sulle semicupole delle Terme di Traiano e forse anche sulla cupola del Pantheon progettato da Apollodoro dopo gli sgomberi del vecchio Pantheon fondato nel 27 a.C. da Agrippa e danneggiato da un incendio nel 110.

Quel conflitto nascondeva qualcosa di più di una semplice divergenza di gusti. Si trattava piuttosto della contrapposizione tra due diverse concezioni dell’architettura e del suo ruolo politico-propagandistico: da una parte l’idea traianea di voler imporre i modelli romani in tutto l’Impero, parallela alla sua politica di conquista e messa “mattoni su calce” da Apollodoro, dall’altra la strategia di governo di Adriano, più architetto che imperatore, pacifista e aperto alle contaminazioni, che puntava a mixare, anche nelle strutture, la tradizione romana con i modelli greci ed ellenistici ripresi dalle province.Non era un mistero per nessuno che l’imperatore fosse un grecofilo convinto, la sua sconfinata ammirazione per l’arte e la cultura ellenica gli era costata lo sprezzante soprannome di graeculus, “il grecuzzo“. Ma lui, indifferente alle risatine dei contemporanei, unì questa all’altra sua grande passione, l’architettura, e ne fece una caratteristica del suo principato.

Così l’arte e l’architettura diventarono uno specchio della cultura e dei gusti dell’imperatore, come nella sua splendida dimora a Tivoli (che oggi conosciamo come Villa Adriana) dove, oltre alle bistrattate “zucche” e a sperimentazioni orientaleggianti, trovano posto anche copie di sculture greche ed egizie e architetture tipiche delle regge ellenistiche, in una specie di ricostruzione 3D dei luoghi più belli visitati durante i frequenti viaggi nelle province dell’Impero.

Adriano trascorse infatti fuori Roma circa 12 dei 21 anni durante i quali resse le sorti dell’Impero, lasciando ovunque i segni del suo passaggio. Il suo biografo scrisse: “In quasi tutte le città costruì almeno qualcosa”. Tra tutte le città, però, la sua preferita fu Atene, che sotto il suo regno rifiorì. Adriano la vide per la prima volta quattro o cinque anni prima di diventare imperatore. Gli Ateniesi furono onorati della sua presenza, forse anche gratificati in concreto, e lo considerarono uno di loro, tanto da dargli la cittadinanza. Era il primo senatore romano della storia a diventare anche ateniese, fu onorato con la nomina di arconte (il più importante magistrato locale) e con una pubblica statua di bronzo nel Teatro di Dioniso. Ad Atene era impossibile sfuggire alla smania costruttiva dell’imperatore-architetto, non c’era piazza o monumento nei quali non si incontrasse la sua faccia. Dentro il Partenone, accanto all’enorme e leggendaria statua in oro e avorio della vergine Atena costruita da Fidia più di mezzo millennio prima, trovò posto un’altra statua di Adriano. Stavano fianco a fianco, quasi fossero fratelli e figli di Zeus; chissà che nelle intenzioni dei committenti la coppia non intendesse anche segnalare l’unione della civiltà greca e di quella romana… Era dai tempi di Pericle (V secolo a.C.) che non si vedevano così tanti cantieri aperti in pochi anni uno dietro l’altro.

Innanzitutto l’imperatore portò a termine l’Olympieion, il colossale tempio di Zeus cominciato nel VI secolo a.C dal tiranno Pisistrato e da allora rimasto incompiuto. Il mastodontico edificio diventò il centro monumentale del nuovo quartiere romano di Atene: provenendo dall’Acropoli, un arco monumentale ricordava che “Questa è Atene, l’antica città di Teseo”, ma sul lato opposto che guardava l’Olympieion, la musica cambiava: “Questa è la città di Adriano e non di Teseo”, recitava la frase scolpita sull’altro architrave. In realtà Adriano non si limitò ad arricchire solo quell’area: per tutta Atene, a spese proprie o delle casse statali, eresse templi, monumenti, altari e statue (soprattutto proprie 🙂 ), un Ginnasio e una lussuosa Biblioteca cui diede il suo nome.

Più o meno lo stesso genere di opere le fece tirar su a Roma, dove, oltre all’Athenaeum, una specie di centro-studi di impronta grecizzante, progettò l’Hadrianeum. Si trattava di un tempio per il culto proprio e della mal sopportata moglie Vibia Sabina, all’epoca già morta e divinizzata: lo ultimò il suo successore, Antonino Pio, insieme al suo Mausoleo (oggi Castel Sant’Angelo).

In questo tripudio costruttivo, non sempre gli storici riescono a distinguere ciò che Adriano progettò in prima persona e ciò che si limitò a commissionare. Solo su di un’opera c’è certezza: quel famoso tempio di Venere a Roma che fece esplodere l’odio di Adriano per Apollodoro. Si dice che l’imperatore non perdonò l’architetto per le sue ultime frecciate: per questo, racconta Cassio Dione, lo mandò in esilio nel 125, concludendo il cantiere del Pantheon e prendendosi a lungo il merito della ricostruzione del famoso tempio circolare. Dopo poco fece uccidere il rivale. Chissà, forse voleva evitare che vedesse finito il tempio di Venere, costruito in modo da dominare la via Sacra e il Foro…dall’alto di un podio.

di Annarita Sanna

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Categories:   Storia & Misteri

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