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Il Giappone secondo Star Wars

Con l’arrivo, su Disney+, della serie di cortometraggi “Star Wars Visions”, il grande pubblico di Guerre Stellari ha scoperto come i maestri dell’animazione giapponese abbiamo letto, vissuto e ricreato quella galassia lontana lontana creata più di 40 anni fa da George Lucas. I corti sono un notevole e appassionante tributo alla Saga realizzato da alcuni tra i più illustri registi e animatori del Sol Levante: pochi sanno che la stessa genesi di Star Wars prende spunto proprio dal Giappone e dagli stilemi classici del cinema, del mito e dell’iconografia nipponica.

George Lucas in “The Making of Star Wars” di J.W. Rinzler ha dichiarato:

“Star Wars è costruito su molte cose che sono venute prima. Questo film è una raccolta di sogni, usati come storia per creare un nuovo sogno”.

 

George Lucas non ha mai nascosto il suo amore per il maestro Akira Kurosawa e per il filone dei film sui samurai (“jidaigeki”) e non fu il solo: basti pensare a Sergio Leone e tutto il filone degli “spaghetti Western” (a cui lo stesso Lucas prende a piene mani ispirazioni tanto da definire la saga di Star Wars un western nello spazio). Sapevate che il leggendario “Per un pugno di dollari” è in realtà un remake di “La sfida del samurai” proprio del maestro Kurosawa?

A proposito di tentati remake, il grande creativo americano, per il primo capitolo della trilogia originale “Star Wars: Episodio IV – Una nuova speranza” si è lasciato moltissimo ispirare dal film “La fortezza nascosta” del 1958 quasi fosse, almeno nell’idea iniziale, un vero e proprio remake del film in chiave fantascientifica. George Lucas avrebbe affermato:

“La Fortezza Nascosta era un’influenza per Star Wars proprio dall’inizio. Stavo cercando una storia. Avevo alcune scene – la scena della cantina e della battaglia spaziale – ma non riuscivo a pensare ad una trama base. All’inizio, il film era una buona idea per la ricerca di una storia. Quindi ho pensato a La Fortezza Nascosta, che ho rivisto nel 1972 o 1973, e le prime trame erano molto simili a quella”.

Abbandonata l’idea del “rifacimento” verso una narrazione parallela originale, George Lucas avrebbe voluto lo stesso nel cast Toshirô Mifune al posto di Sir Alec Guiness nel ruolo iconico di Obi-Wan Kenobi: dopotutto, il leggendario attore del Sol Levante, è, nel film di Kurosawa, un vecchio maestro samurai che funge da guida ai protagonisti, esattamente come il Maestro Jedi avrebbe guidato Luke nella sua ascesa nella Forza. Lo stesso Lucas avrebbe dichiarato:

“Stavo per usare Toshiro Mifune; abbiamo anche fatto un’indagine preliminare. Se avessi ottenuto Mifune, avrei usato anche una principessa giapponese, e poi probabilmente avrei scelto un Han Solo nero”.

I samurai, così come i Jedi erano parte di un’istituzione enorme eppure il rapporto tra maestro (senpai) e discepolo (kohai) era di fondamentale importanza così come in Star Wars il rapporto tra il Cavaliere e il proprio Padawan, basti citare la diade Obi-Wan e Anakin Skywalker a Luke Skywalker e Rey oppure, nel Lato Oscuro, quella tra Darth Sidious e Darth Maul, Darth Tyranus e, alfine, Darth Vader. Non possiamo non citare anche i classici samurai senza padrone, conosciuti come Ronin: lupi solitari che ricordano molto il personaggio di Boba Fett, introdotto nello Star Wars Holiday Special (1978) e soprannominato “samurai cattivo” dallo scrittore di Star Wars: L’Impero Colpisce Ancora (1980), Lawrence Kasdan.

Nick Jamilla, kendok , aikidoka e autore del libro “Sword Fighting in the Star Wars Universe: Historical Origins, Style and Philosophy” ha dichiarato:

 “…è possibile trovare elementi della lotta pragmatica sia nella cultura occidentale della spada che in quella giapponese, le due più grandi influenze sui Jedi di Star Wars – il concetto di cavalleria, l’etica fondamentalmente cristiana dei guerrieri occidentali, e il bushido, l’etica samurai che faceva dell’onore il più importante dovere sociale”.

La stessa uniforme dei Cavalieri Jedi ricorda moltissimo abbigliamento tipico dei maestri del Sol Levante; per non parlare ovviamente dell’elmo di Darth Vader e la sua somiglianza con l’elmo da Samurai Kabuto (in particolare quello Date Masamune). Le stesse “light saber” sono un rimando immediato al concetto di Katane, sia esteticamente sia per il “modo” in cui Sith e Jedi si sfidano nello spazio. Per sua stessa ammissione Nick Gillard, coordinatore degli stunt per il famoso duello tra  Darth Vader e Obi Wan Kenobi nell’Episiodio IV, si è ispirato al kendo  per la costruzione dei combattimenti in scena, sebbene negli episodi prequel il concetto di duello kenshi sia stato in gran parte soppiantato da una “danza coreografica” più spettacolare ma sicuramente meno “saggia”.

Tornando alle influenze cinematografiche con Akira Kurosawa, la stessa parola “Jedi” potrebbe derivare dal termine giapponese “Jidaigeki” che viene tradotto come “genere drammatico”, il genere della quale il maestro era famoso. Più probabilmente invece il termine viene dal romanzo Dune di Frank Herbert e più precisamente dal nome del pianeta Giedi Primo, la patria della Casa Harkonnen, nemici giurati della Casa Atreides.

I due contadini imbranati, perno della narrazione del film giapponese, sono diventati le icone della cultura pop C-3PO e R2-D2: entrambe le coppie saranno gli artefici, loro malgrado, della risoluzione della trama e del salvataggio della rispettiva Principessa in difficoltà. George Lucas avrebbe dichiarato nel 2001:

“La cosa che mi ha realmente colpito de “La Fortezza Nascosta” era il fatto che la storia era raccontata dalla prospettiva di due personaggi minori. Decisi che poteva essere un bel modo di raccontare la storia di Star Wars, che era prendere i due personaggi minori, come ha fatto Kurosawa, e raccontare la storia dal loro punto di vista, che nel caso di Star Wars sono i due droidi”.

Più recentemente, sempre da “La fortezza nascosta”, si ritrova la citazione di “Star Wars Episodio I – La minaccia Fantasma” nello scambio di “regine” tra Padmé la sua ancella.

Tornato al primo/quarto capitolo della saga, la celebre Cantina di Mos Eisley (e la baruffa al suo interno) è una citazione del film “La sfida del samurai” mentre l’iconica scena di Luke che osserva i due soli di Tatooine davanti alla fattoria degli zii è tratta dalla pellicola “Dersu Uzala”. Sempre da questo film vediamo l’avventura del protagonista nel deserto Siberiano, simile all’avventura di Luke nel pianeta ghiacciato di Hoth.

Lo stesso nome del Maestro Yoda potrebbe derivare dalla parola giapponese “Yoda” può essere tradotto con i verbi incoraggiare, far riemergere, sviluppare o accrescere; tutti verbi perfetti per descrivere un antico maestro che insegna le vie della forza ai giovani Padawan.

L’influenza del Maestro Kurosawa e della cinematografia del Sol Levante su Star Wars continua ancora oggi: oltre che il già citato “Star Wars Visions”, realizzato appositamente,  basti pensare all’epopea televisiva di  The Mandalorian (2019) scritto e diretto da Dave Filoni che prende a piena mani dall’iconografia del film Shogun il giustiziere (1972, Shogun Assassin, LoneWolf and Cub: Sword of Vengeance).

Star Wars Visions, lo abbiamo detto più volte è la massima espressione di questo “incontro culturale” che ha influenzato, da oltre quarant’anni, milioni di fan in tutto il mondo. Per questo motivo vi lasciamo con le parole di James Waugh, Vice President, Franchise Content and Strategy at Lucasfilm, che commenta la genesi di questa serie di cortometraggi rileggendo il concetto di “ispirazione” in chiave più moderna”:

“Credo che gli anime siano stati una grande influenza sullo staff creative di George Lucas in ogni media, quell’impostazione artistica e cinematografia ci ha ispirati per molto tempo e abbiamo sempre saputo che avremmo volute unire Star Wars e i narratori del Giappone e dell’animazione. L’unico ostacolo era decidere quale fosse l’approccio migliore per permettere a questi creativi di fare quello che fanno meglio, di permettergli di esplorare il potenziale immaginifico della saga senza subirne le aspettative legate al suo cuore principale. Il nostro molto è andato molto avanti nel frattempo, Disney+ è diventata un’opzione e un luogo perfetto per veicolare nuove storie. Kathy Kennedy è stata la persona che ha seguito l’operazione: aveva lavorato con Miyazaki, adorava il lavoro che arrivava dal Giappone, e ha iniziato rapidamente a fare riunioni con gli studi che ci piacevano di più, trovando incredibili fan di Star Wars, una grande passione, entusiasmo e grandi idee. Al punto che ci è stato difficile scegliere, al cospetto di tante grandi e inaspettate storie e punti di vista sul mondo di Star Wars. È allora che abbiamo capito il vero potenziale di Disney+, che ci ha permesso di andare oltre i formati tradizionali e realizzare qualcosa di antologico, che proponesse uno spettro di toni e stili che vengono dal Giappone. Tutta l’azienda desiderava farlo da tempo, ma è Kathy ad aver dato il definitivo OK per iniziare il processo”.

Gianluca Falletta
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Categories:   Approfondimenti, AULAMANGA, Cinema & Tv, Oriente, STAR WARS

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