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I Draghi nelle diverse mitologie

Il Drago è una creatura leggendaria, dai tratti solitamente serpentini, presente nell’immaginario collettivo di tutte le culture, in quelle occidentali come potente essere custode di tesori, in quella orientale come creatura portatrice di fortuna.
Il termine deriva dal latino “draco”, a sua volta proveniente dal greco “δράϰων”, con l’omologo significato di serpente. L’etimologia del termine è stata spesso discussa: connesso col verbo δέρϰεσθαι (osservare), probabilmente in connessione ai poteri legati allo sguardo di questi esseri, o alla loro presunta vista acutissima.

Creature mitiche rappresentati come distruttori del mondo e nemici degli uomini o adorati e venerati come dei, i draghi sono presenti in numerose narrazioni mitologiche e leggendarie appartenenti a epoche e popoli diversi anche molto distanti tra loro. Hanno assunto significati simbolici vari secondo il contesto culturale nel quale si è formato il mito. Quelli europei (sputa fuoco, velenosi, predatori) erano generalmente considerati dei flagelli, una fonte di calamità, di fame e di morte violenta.

Tutti i draghi sembrano essere legati a poteri elementari e caotici quasi esclusivamente distruttivi: la razza dei draghi rappresenta insomma una pericolosa opposizione alla razza umana. Quest’ultima forse pensando di acquisire parte del potere delle straordinarie creature, adottò immagini di draghi come amuleti da portare in battaglia.

Il drago babilonese e assiro simboleggia le stagioni ed è un animale composito con un corpo lungo simile a un gatto, scaglie, zampe anteriori di leone, zampe posteriori di uccello, testa e code serpentine e una corona di corna.
Nella genesi descritta dalla religione Babbilonese, Apsu era il padre universale primordiale, il dio-serpente dell’acqua dolce. I Babilonesi scrissero che prima che la luce fosse separata dall’oscurità e che il tempo avesse inizio, il dio Marduk scovò e distrusse Tiamat, drago nemico dell’ordine e suo progenitore. Spezzò il corpo a metà: con una modellò il firmamento, dall’altra la terra. Nei cieli, costruì una grande dimora per gli dei e installò le stelle e la luna come guardiane del tempo. Con il sangue di uno dei figli di Tiamat, creò gli esseri umani affinché servissero gli dei.
Secondo i miti della Mesopotamia, il dio ha diffuso la felicità e l’abbondanza sulla terra ed era la fonte della saggezza e della conoscenza.

I Draghi sono una parte integrante della mitologia egizia. Il drago era in realtà una rappresentazione, con alcuni abbellimenti, del serpente, associato al dio del sole Ra, tanto da far pensare che la mitologia sia stata influenzata da un precedente culto del serpente, ed è evidente che questo animale era ritenuto sacro.In Egitto la presenza del drago era messa in relazione con ogni cambiamento; persino l’alternarsi del giorno e della notte, descritti come il viaggio di Ra, il dio del Sole, venivano attribuiti a lui. Sovrano dei cieli, Ra saliva a bordo della sua nave ad ogni alba e attraversava i cieli da est a ovest aiutato dal suo equipaggio composto da dei e anime dei defunti. Per cavalcare i cieli, il dio del sole doveva combattere e sconfiggere il drago. Ogni sera quando Ra si posava dietro all’orizzonte occidentale si dirigeva a bordo della sua nave nelle viscere della terra e oltrepassava il regno dei morti, dove la potenza di Apopi non conosceva pari. Questo cercava ogni notte di distruggere Ra e ogni notte quest’ultimo veniva salvato da un esercito celestiale condotto da Seth, dio delle tempeste dal volto di iena. Ad ogni spuntare dell’alba, Apopi veniva sconfitto, intrappolato dagli spiriti del cielo che si rischiarava, decapitato da Seth e fatto a pezzi. Ogni giorno il corpo del drago veniva ricostituito e il ciclo del conflitto si ripeteva.L’ureo è l’emblema di serpente presente sul copricapo del faraone, simbolo del potere. Rappresentava il “più antico degli antichi”, che esisteva prima del cielo e della terra, ed era usato come immagine protettiva: gli egizi credevano infatti che il cobra avrebbe sputato fuoco all’avvicinarsi di un nemico.

Omero, nell’Iliade, cita più volte i draghi, animali fantastici con una vista acuta, l’agilità di un’aquila e la forza di un leone, rappresentato come un serpente con zampe e ali. All’inizio dei tempi Tifone, ultimo dei titani, le prime divinità onnipotenti della Grecia, uscì dal suo nascondiglio in Asia Minore diretto verso il monte Olimpo per distruggere gli dei. Il suo aspetto era terrificante: era così alto da torreggiare al di sopra delle montagne, aveva cento teste di drago, ognuna con occhi ardenti e una bocca gigantesca che sputava fuoco e vomitava sassi. Vero figlio del caos, ovunque passava, distruggeva tutto con la furia della tempesta (il termine “tifone” deriva proprio dal suo nome). Solo Zeus tra tutti gli dei non fuggì di fronte a Tifone. La battaglia divampò dalla Grecia alla Siria, dove i grandi solchi scavati nella lotta divennero dei fiumi. Zeus trascinò il mostro fino al mar Ionio, dove cadde, le teste si contorcevano e vomitavano, mentre il giovane dio strappava un’isola dal mare e la gettava sul mostro. Così nasceva la Sicilia e la montagna che sorse sul corpo di Tifone divenne l’Etna. L’Idra è un drago con più teste serpentine attaccate allo stesso tronco. Il loro numero è variabile, ma di solito è di sette o nove. Le prime creature di questo tipo nacquero dall’unione tra il multiteste Tifone e la donna-serpente Echidna. I figli dei due furono Chimera, dalla testa di leone e dal corpo di serpente-capra, Cerbero il cane a tre teste e l’Idra di Lerna, rettile con molte teste che verrà poi ucciso da Ercole, il quale sconfisse anche Ladone dalle cento teste. Agli antipodi del mondo sorgeva un’isoletta chiamata “il giardino dell’Oceano”, sulla quale cresceva un albero dalle mele d’oro. Poiché un morso di quel frutto avrebbe consentito ad un essere mortale di acquisire il sapere degli immortali, gli dei avevano inviato Ladon, il drago che non dormiva mai, a guardia dell’albero. Un re mortale mandò Ercole in cerca delle mele. Questo convinse il dio Atlante, sulle cui spalle poggiava il cielo, a raggiungere il giardino incantato e raccogliere il frutto magico. Mentre il dio era impegnato nella missione, Ercole prese il suo posto e sostenne il cielo fino a quando Atlante non tornò con le mele. Nelle Argonautiche, Apollonio Rodio mette proprio un “drago” a sorvegliare il Vello d’oro. Giasone, il giovane figlio del re di Tessaglia, partì alla ricerca del vello di un ariete d’oro, una reliquia magica in grado di volare, pensare e parlare, sacrificato anni prima nel regno della Colchide, sul Mar Nero. Questo era custodito da un drago che non dormiva mai. Giasone salpò a bordo della nave Argo, in compagnia di numerosi eroi greci, fra i quali Ercole, Teseo e Orfeo. Giunti a destinazione, Eete, re di Colchide, decise che si sarebbe separato dal prezioso tesoro solo se Giasone fosse riuscito a seminare nella terra i denti del drago; il re sapeva bene che quei denti sarebbero riemersi nel terreno sotto forma di soldati, che si sarebbero avventati sul giovane. I piani del re furono tuttavia sventati dalla figlia Medea, una maga dai grandi poteri innamoratasi di Giasone che le promise di sposarla se lo avesse aiutato; così, quando il giovane seminò i denti nel terreno, questi riemersero come previsto ma il giovane lanciò in mezzo a loro un sasso magico datogli da Medea e si scontrarono tra loro. Dopo aver eliminato quel primo ostacolo, Giasone raggiunto il drago armato di una pozione magica che induceva il sonno. Appena la bestia cadde addormentata, l’eroe prese il vello e salpò immediatamente per la Tessaglia, portando con sé Medea.

Il drago è una creatura spesso presente nella Bibbia. In ebraico il drago è identificato con due parole: “nachash” e “tannin”. Entrambe possono significare “serpente” e in questa accezione sembrano equivalenti. La figura del Drago-Serpente viene accomunata a un mostro marino nel Libro di Giobbe, in cui è identificato con Raab, e in Isaia, ove viene definito come “serpente guizzante o fuggitivo” e identificato col Leviatano. Nel Libro della Genesi, vengono descritti grandi animali marini con riferimento alla mitologia mesopotamica per esaltare la potenza divina. Nell’Apocalisse (12,3-17) il drago o “serpente antico”, in lotta contro Dio, è precipitato dal cielo ad opera di Michele e dei suoi angeli.

I romani, riprendendo i miti greci, ritenevano che i draghi fossero in grado di capire i segreti della terra e attribuivano a queste creature qualità protettive, ma anche la capacità di incutere timore. Per queste ragioni, il drago divenne un simbolo militare adottato da alcune coorti dell’esercito romano, in particolare dalla cavalleria.C’era persino un soldato chiamato “draconianus”, appositamente incaricato di portare lo stendardo col simbolo del drago; a questa insegna veniva applicata una “manica a vento”, che produceva un sibilo minaccioso quando il soldato sventolava il vessillo. Anche molti storici romani parlarono dei draghi, come Gaio Giulio Solino nella “De Mirabilibus Mundi” e Pomponio Mela. Inoltre queste creature sono citate nella “Naturalis Historia” di Plinio il Vecchio e nella favola “La volpe e il drago” di Fedro. Si narra inoltre che nei primi secoli della Cristianità, un drago avesse la sua tana alle pendici del Campidoglio, nella zona del tempio di Castore e Polluce, che con il suo alito di fuoco devastasse i territori di Roma gettando gli abitanti nel terrore. I romani ne furono liberati da papa Silvestro I, questo secondo quanto narra la Legenda Aurea di Icopo da Varrazze. Il papa lo affrontò disarmato, con l’aiuto della sola fede, riuscendo a renderlo mansueto.Nel punto dove ci fu lo scontro, il papa fece costruire la chiesa di Santa Maria Antiqua. Nel XIII sec. sulle rovine della stessa, sorse Santa Maria Liberatrice. Il simbolo del Rione di Campitello di Roma è tuttora rappresentato dal Drago.

In Cina, i draghi fanno parte della mitologia locale da tempo immemorabile, anzi ne esistono diversi tipologie. I “Long”, dominatori dei cieli, erano in grado di volare; quando non utilizzavano la magia per il volo, erano dotati di piccole ali da pipistrello; i “Li”, dominatori degli oceani, erano senza corna; i “Jiao”, signori delle paludi e delle grotte montane, avevano una corazza di scaglie simili a quelle delle carpe. In tutti i casi, comunque, i draghi cinesi avevano un legame molto stretto con l’acqua, sotto forma di fiumi, mari, oceani. La visione del drago vicino all’elemento acquatico, in contrasto con i draghi occidentali legati al fuoco, ci mette di fronte alla chiara distinzione tra l’animale benigno orientale e il suo corrispondente europeo, espressione del mutamento travolgente. In un’epoca antica, senza inizio e senza fine. Tian Ti, l’imperatore dei cieli, osservò la crescente malvagità della razza umana e come punizione, provocò una grande inondazione: I campi di riso vennero allagati da una pioggia incessante, i tetti delle case crollarono e i fiumi uscirono dagli argini; in breve tempo la terra venne completamente sommersa dall’acqua e le speranze di sopravvivenza della razza umana sembravano minime. Yù, un giovane dio, ebbe pietà degli uomini e pregò Tian Ti affinché gli permettesse di intervenire per salvarli: L’imperatore rendendosi conto che gli uomini avevano sofferto a sufficienza, acconsentì, agitò una mano e subito apparve una gigantesca tartaruga nera che si incamminò portando sul dorso della terra magica necessaria per assorbire l’acqua e creare nuovo terreno fertile. Dopo di che, il sovrano convocò un drago alato dalle squame verdi che si unì al giovane dio nella ricostruzione del pianeta. Yù, la tartaruga e il drago discesero dal cielo sul globo terrestre, dove lavoravano alacremente: distribuirono il terreno magico e crearono pianure e montagne. Sotto il comando di Yù il drago volò con la punta della coda piantata nella terra, creando nuovi corsi d’acqua che avrebbero reso le pianure verdi e lussureggianti.

Sia le tribù celtiche che quelle teutoniche adottarono il drago come loro simbolo; fra gli Anglosassoni, la morte violenta di un capo nemico veniva espressa come l’uccisione di un drago e i feroci soldati normanni diedero alle loro imbarcazioni il nome di “dragoni”, ornandone la prua con teste di drago per intimidire il nemico.

Nella mitologia vichinga, i Draghi sono ritratti come creature malvagie, rappresentano il male e sono spesso associati a “Ragnarǫk”, il crepuscolo degli Sèi, ovvero la battaglia finale tra le forze del bene e dell’ordine e quelle del male e del caos che porterà alla distruzione del mondo e alla sua rigenerazione. Secondo la mitologia scandinava, i draghi sono in grado di parlare in tutte le lingue, e si servono di questa abilità per mentire e ingannare. Il sangue di Drago aveva proprietà magiche, come quella di rendere invulnerabili, per questo le famose Drakkar (le navi vichinghe) erano decorate a prua con una testa di drago per spaventare i nemici.

Secondo un’antica credenza norvegese, un albero immenso chiamato Yggdrasil si estendeva dalla volta celeste fino alle profondità degli inferi. Nidhoggr, un drago feroce, mordeva continuamente le radici dell’albero nel tentativo di distruggere l’ordine della creazione, che tuttavia possedeva un battaglione di difensori. Tre esseri simili a divinità, chiamati Norms, sedevano accanto al drago tessendo il filo del destino dei mortali. Due cervi brucavano le foglie dell’albero e bagnavano la terra con la rugiada che si posava sui loro palchi. Una capra rosicchiava la corteccia dell’albero e forniva l’idromele per gli eroi mortali che avrebbero liberato il mondo dai draghi. Fra gli uccelli appollaiati sui rami, l’aquila era la più grande e pericolosa nemica dei terribili mostri.

Nel periodo delle Crociate, si narrava che in una città chiamata Selem, in Libia, vi fosse un grande stagno, tale da poter nascondere un drago, che, avvicinandosi alla città, uccideva con il fiato tutte le persone che incontrava. Gli abitanti gli offrivano per placarlo due pecore al giorno ma, quando queste cominciarono a scarseggiare, furono costretti a offrirgli una pecora e un giovane tirato a sorte. Un giorno fu estratta la giovane figlia del re, la principessa Silene. Il re, terrorizzato, offrì il suo patrimonio e metà del regno per salvarle la vita, ma la popolazione si ribellò, avendo visto morire tanti suoi figli. Dopo otto giorni di tentativi, il re alla fine dovette cedere e la giovane si avviò verso lo stagno per essere offerta al drago. In quel momento passò di lì il giovane cavaliere Giorgio, il quale, saputo dell’imminente sacrificio, tranquillizzò la principessa, promettendole il suo intervento per evitarle la brutale morte. Poi disse alla principessa Silene di non aver timore e di avvolgere la sua cintura al collo del drago, il quale prese a seguirla docilmente verso la città. Gli abitanti erano atterriti nel vedere il drago avvicinarsi, ma Giorgio li tranquillizzò, dicendo loro di non aver timore poiché «Iddio mi ha mandato a voi per liberarvi dal drago: se abbraccerete la fede in Cristo, riceverete il battesimo e io ucciderò il mostro». Allora il re e la popolazione si convertirono e il cavaliere uccise il drago e lo fece portare fuori dalla città, trascinato da quattro paia di buoi.

La leggenda inglese di “San Giorgio e il Drago” ha una versione italiana ambientata vicino a Milano, descritta nel “Liber Notitiae Sanctorum Mediolanii” dove si racconta che San Giorgio visse in Brianza e non in Inghilterra. Il popolo era solito offrire da mangiare al mostro i giovani dei villaggi, che venivano estratti a sorte. Tra le vittime designate c’era anche la principessa Cleodolinda, che fu legata ad una pianta di sambuco, pronta al sacrificio. San Giorgio riuscì a far addormentare il Dragone dandogli da mangiare dei petali di fiori di sambuco e fu così sconfitto. La tradizione vuole che ancora oggi, tutti gli anni, il 24 aprile, giorno di San Giorgio, in Brianza si preparino i “Pan meitt de San Giorg”, dolci di farina gialla e bianca, latte, burro e fiori essiccati di sambuco.

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