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Apple Venus Vol. I

Formidabile ritorno, dopo ben sette anni, delle menti del pop Andy Partridge e Colin Moulding

“Le idee migliori mi vengono quando porto a spasso il cane”, ha detto una volta Andy Partridge. Si vede che sette anni di passeggiate su e giù per Swindon Town hanno portato consiglio e, francamente, sorprende l’assenza di Fido (Pluto? Buck?) dai credit. Già, perché Apple Venus Volume 1, con il quale gli XTC tornano (finalmente) tra di noi, è un disco pieno di ottime idee. Transistor Blast, che raccoglie il meglio delle session BBC (peccato che in quelle registrazioni manchi il periodo di Mummer), era certo più biografia musicale che manovra biecamente commerciale, ma il bello doveva ancora venire. Ed eccolo qui! Nemmeno sembra che siano passati sette anni dal bellissimo Nonsuch, galleria di meraviglie concentrate nello spazio di una canzone, campionario di stili pop e omaggio ai maestri del genere (su tutti Brian Wilson, Burt Bacharach, Beatles).

In Apple Venus già l’inizio, con “River Of Orchids”, lascia sbalorditi: il suono di una goccia d’acqua, un violino pizzicato, fiati che punteggiano la voce compressa di Andy Partridge e le consuete armonizzazioni vocali. Da qui in poi è tutto un susseguirsi di sorprese: complesse orchestrazioni sinfoniche (complice la London Session Orchestra), incursioni nel white soul (“I Can’t Own Her”), il solito, inguaribile gusto per la melodia e, qua e là, addirittura l’ombra di qualche classico “vero” (profumo di Bach in “Greenman”!). Per completezza d’informazione, va detto che gli XTC del 1999 sono i soli Andy Partridge e Colin Moulding. Infatti, il fidato Dave Gregory non è più della partita, anche se qui ha dato il suo bravo contributo (tastiere, chitarre, backing vocals). E come in passato, la maggior parte delle canzoni è scritta da Partridge: solo in due brani (“Frivolous Tonight” e “Fruit Nut”) affiora la vena disincantata (e kinksiana) di Moulding, il che non deve far pensare a una sorta di dittatura Partridge, in un “gruppo” (concetto quantomai fluido in questo caso, e non solo per la rinuncia ai concerti) fatto di due anime, due voci e un solo modo di vedere le cose e concepire la musica. Se è così, valeva davvero la pena di aspettare un po’. Con un disco come questo, possiamo traghettarci nel nuovo millennio con meno angosce (si fa per dire) e con una certezza: questo è (il) pop.

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