
Micenologo
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I.1
Tante e tante volte ancora la navicella s’è frantumata contro la furia delle “pietre erranti”, ed altrettante volte gli uomini caparbiamente hanno ricominciato a ritessere il filo del loro eterno errare.
Oscure Penelopi del conoscere, animati da una curiosità senza pari, hanno voluto squarciare il velame che separa la caverna dalla luce violando il codice arcaico dei divieti ma ponendosi nel contempo come unici fattori del divenire.
E non a caso il sommo Poeta fiorentino ha posto sulle labbra di Odìsseo, l’eroe per antonomasia contrapposto a quel Pelide la cui caratteristica era solo la forza, i versi immortali “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza…”.1
Da una parte la forza, dall’altra l’ansia del conoscere. Da una parte il vecchio mondo di Atlantide e dei conquistatori Dori, dall’altra la novità introdotta dalla pienezza e dalla dignità dell’universo simbolico degli Elleni.
Pertanto, ci sono le Colonne d’Ercole… e c’è Odìsseo.
C’è il tabù… e c’è l’antico sogno dell’uomo.
Per noi, oggi, l’estremo confine è rappresentato dal cosmo… i nostri progenitori tale limite lo trovarono sull’onda d’ossidiana presso l’estrema barriera di quello che allora era il loro universo sensibile: un mare allora inviolato e inesplicabile.
Per i Greci la prima barriera, geografica e culturale, è il Bosforo. Giasone e gli Argonauti riescono a violare tale limite.
Di poi ecco la Sicilia e l’odissea dei primi navigatori solitari.2
E non a caso il divino poeta Omero (Od., XII, 61) parla di Plagktai; pevtrai.3
E tale espressione, tale epiteto, ci richiama tosto un’altra espressione recenziore: aiJ Sumplhgavde" pevtrai ( Plagktai; Sumplhgavde"). Stesso etimo, stesso senso.
Infine l’estrema parte del Mediterraneo, ad occidente.
I.2
Alla fine del periodo glaciale che va sotto il nome di Wurmiano, la parte orientale del Mediterraneo era separata da quella occidentale.
Due enormi bacini, il cui livello era, rispetto ad oggi, assai diverso: più basso di 150/200 metri, all’incirca.
E le terre emerse risultavano essere più vicine tra di loro, più di adesso.
Ma oltre a ciò, il livello del bacino orientale (l’attuale mare Jonio) era più basso di quello occidentale.
Ne è prova la maggiore profondità di tale mare assieme alla conformazione della dorsale sub-marina: l’acqua, quasi, precipitava col flusso delle maree e delle correnti dal bacino occidentale a quello orientale.
Tale fenomeno, nella parte mediana del Mediterraneo, unitamente a quello che taluni definiscono scorrimento delle zolle ma che noi preferiamo invece attribuire all’espansione graduale del nostro pianeta4, fece sì che le coste della Sicilia e della Calabria fossero assai più ravvicinate, ma provocò la comparsa di una vasta piattaforma nella parte meridionale della Sicilia, ed esattamente fra questa e la Tunisia.
Mediterraneo antico
Fenomeno che finì poi con lo scioglimento dei ghiacciai alla fine del Wurmiano, per l’appunto, e che ridisegnò ulteriormente il profilo delle terre emerse. Non solo qui, ma nell’Egeo (cfr. il mito di Deucalione e Pirra) e financo nel Mar Nero (come dimostrano le ultime ricerche là condotte).
Tutto ciò accadeva all’incirca 11500 anni fa.
Che l’area mediterranea, poi, non fosse nuova a fenomeni del genere lo prova anche il recente ritrovamento di uno scheletro di balenottera preistorica nell’area fra l’Egitto e il Sudan.
I.3
Come sopra dicevamo, in età assai antica probabilmente le Colonne d’Ercole erano da identificarsi con aiJ Sumplhgavde" (pevtrai), le “oscure Simplegadi” come le definisce Euripide all’inizio della sua Medea. Dette anche isole Cianee, stavano all’ingresso del Ponto e su quelle era facile “andare a cozzare” contro.
Come si vede, una immagine ciclica di quell’orizzonte in dilatazione che di volta in volta si ripropone verso spazi sempre più grandi.
Per quanto riguarda il Canale di Sicilia, e comunque tutta la zona a nord e a sud della nostra più grande isola, c’è da ricordare che se a nord di essa esistono diversi vulcani sottomarini il più grande dei quali è il Marsili, a sud ci sono pure focolai importanti del dio Efesto: fra tutti, il caso dell’isola Giulia o Ferdinandea o Graham che di tanto in tanto fa ribollire il canale dimostrando ancora una certa vitalità dopo quel fatidico 1831, fra marzo e agosto, quando diede quasi origine ad un caso diplomatico senza precedenti.
E tutto questo in una zona che corre dalle Egadi all’Etna alle Eolie ai focolai sub-marini del Marsili fino al Vesuvio e alla zona Flegrea. E non a caso qui, nei pressi del lago Averno, i nostri progenitori avevano posto uno degli ingressi per l’Ade.
Ma anche in età antica l’area non fu esente da ricorrenti rivolgimenti tellurici.5
A questo proposito, e in relazione alle devastazioni della natura in tale area geografica, va aggiunto un altro elemento; quello del lago di Pergusa, la cui nascita per collasso tettonico fu di certo osservata dai popoli indigeni della Sicilia antica.
Il fenomeno avvenne nella nostra era geologica, ma in un periodo così lontano da non lasciare traccia documentata se non come mito.6
Nel Canale di Sicilia, poi, le correnti, hanno accumulato nel volgere dei secoli o dei millenni banchi di sabbia trascinata appunto dalle correnti e dal risucchio delle acque occidentali ad opera della maggiore depressione del bacino dello Jonio.
Il risultato fu, allora, un profilo di costa a tenaglia, con due imboccature pressoché simmetriche, e all’interno un porto naturale (limhvn), come dice lo stesso Platone).7 Un grande porto.
Immagine 1; variaz. di quella riportata da Vittorio Castellani 8
Io cominciai ad occuparmi del fenomeno, sia pure en passant, al tempo dei miei studi universitari a Messina; ormai sono 45 anni addietro. E nella mia vecchia tesi di laurea descrissi brevemente il fenomeno nell’Egeo.

Egeo
Sono lieto di aver trovato, ora, conferma a tale ipotesi anche in questa parte mediana del Mediterraneo.
I.4
Ora io non ho la pretesa di affermare che Atlantide si trova “qui” o “lì”.
Anzi sono certo che, in mancanza di dati storici-geologici-archeologici convergenti e innanzitutto in mancanza di reperti, nessuno può ragionevolmente affermare di poter dare una soluzione all’enigma.
Sono però altrettanto certo che le indicazioni fornite da Platone rivelano particolari assai significativi.
Dato geologico e dato storico-linguistico, come si vedrà, qui coincidono.
Né può trattarsi di leggenda, come taluni congetturano, viste le testimonianze che supportano i dati contenuti nei due Dialoghi platonici.
Pare che Platone abbia tratto da fonte di indubbia serietà e competenza le notizie sulla mitica Atlantide9.
Si legge, infatti, in Diogene Laerzio:
“Dicono alcuni, tra cui anche Satiro, che Platone scrisse a Dione in Sicilia di comprargli i tre libri pitagorici di Filolao per cento mine. Dicono infatti che fosse in condizioni agiate per aver ricevuto da Dionisio più di ottanta talenti…”.
Secondo altri, invece, Platone avrebbe ricevuto tali testi per avere ottenuto dal tiranno siracusano la liberazione di un giovane discepolo di Filolao ( Vite dei filosofi, VIII, 85, op.cit.).
C’è poi anche la testimonianza di Aulo Gellio (Noctes Atticae, III, 17, 1-2) in cui si legge:
“Memoriae mandatum est Platonem philosophum tenui admodum pecunia familiari fuisse atque eum tamen tris Philolai Pythagorici libros decem milibus denarium mercatum. Id ei pretium donasse quidam scripserunt amicum eius Dionem Syracosium.”
Insomma, il povero Platone10 ricevette i 3 libri sacri dall’altrettanto povero Filolao pitagorico (che pare li abbia venduti per bisogno ) per la generosità dell’amico Dione.
E in ogni caso, con tali 3 lettere finisce il silenzio sulla Scuola pitagorica.11
Da questi 3 libri, che a noi non sono pervenuti, avrebbe tratto forse molte delle notizie relative ad Atlantide.
In ogni caso la testimonianza è attendibile e ci rimanda a quel circolo elitario e di finissima cultura che fu quello crotoniate del filosofo di Samo.
Ciò attiene al discorso in generale sulle notizie relative alla mitica isola di Atlantide.
Per quello relativo alla collocazione delle Colonne d’Ercole nel Canale di Sicilia troviamo un rapido passaggio che ci è di conforto in Strabone ( Geogr., III ). Questi, difatti, dice:
“I Gaditani rammentano che un oracolo vaticinò, ai Tirii, che avrebbero dovuto fondare una colonia oltre le Colonne d’Ercole”.
Se consideriamo l’ipotesi che la leggenda sia nata originariamente in ambito mediterraneo, fenicio, possiamo anche ipotizzare che l’allusione è alla maggiore fra le colonie fenicie, e cioè a Cartagine la cui fondazione, stando alla cronologia ufficiale, risalirebbe all’VIII sec.a.C. ma che, forse, andrebbe retrodatata.1
Sappiamo bene che la penetrazione fenicia in occidente precedette quella greca, se teniamo per certo quanto ci dice Tucidide a proposito dei Greci in Sicilia (VI, 2, 6), alla cui comparsa i Fenici avrebbero abbandonato la maggior parte dell’isola per rifugiarsi a nord-ovest (e Tucidide allude ad una fase, si badi bene, di frequentazione pre-coloniale).
Insomma, la colonia di Cartagine, nei pressi dell’attuale Tunisi, poteva essere “oltre le Colonne d’Ercole” solo ponendo queste là dove noi indichiamo: e cioè fra Sicilia e Tunisia.
I.5
Tutte le considerazioni fin qui fatte si sono originate in un secondo momento. All’inizio della mia indagine, la mia attenzione fu rivolta ad un’attenta rilettura dei due dialoghi platonici; del Timeo e del Crizia.
Il poco spazio concessomi da diversi impegni, dalla famiglia alla politica alla letteratura, in un arco di tempo che va dall’ottobre del 1999 al gennaio del 2000, lo dedicai all’analisi linguistica del testo. D’altronde non sono un archeologo, e le mie sole competenze - se ne ho - sono quelle storico-linguistiche.
Il resto, poi, è venuto da sé.
Solo in un secondo momento difatti, e con il conforto di quanto dice Platone, mi sono addentrato in quella piccola analisi geologica e geografica di cui s’è detto sopra.
I.6
Il sommo filosofo greco (Timeo 24e-25abcd, Crizia, 108e-109a ), in maniera agile e succinta prima, più dettagliata poi (nel Crizia) racconta di Atlantide quanto gli è pervenuto dalla tradizione e dalle fonti.
La narrazione appare evanescente come può esserlo il fantasma di qualcosa che non è più, ma solo in apparenza; a ben guardare, ci sono degli elementi che in maniera indubbia possono esserci di aiuto per dire qualcosa in più e di nuovo su codesta vexata quaestio.
La nostra attenzione, rileggendo Platone, si è appuntata su alcune glosse in particolare:
meivzwn - meivzw
qavlassa - pevlago" - povnto"
limhvn
Gavdeiron - Eu[mhlon
Non abbiamo avuto a disposizione una edizione critica, tuttavia l’analisi di tali termini ci ha fornito delle indicazioni di tutto rilievo.
Per secoli i commentatori hanno preso per certo che al di là delle Colonne d’Ercole stesse a significare oltre lo Stretto di Gibilterra. Noi, dopo aver riletto attentamente Platone, siamo certi che le cose stanno diversamente; e ne chiariremo il perché.
Cominciamo dal Crizia.
Si fa allusione ad un’età di ben 9000 anni anteriore a quella dell’Autore, e questi dice:
“…isola di Atlantide, la quale, come dicemmo era a quel tempo più grande della Libia e dell'Africa, mentre adesso, sommersa dai terremoti, è una melma insormontabile che impedisce il passo a coloro che navigano da qui per raggiungere il mare aperto, per cui il viaggio non va oltre."13
Ed ecco qui il primo dato linguistico su cui bisogna riflettere.
Platone dice “… h}n dh; Libuve" kai; !Asiva" meivzw nh'son ou\san e[famen ei\naiv povte...”.
E nel Timeo:
Polla; me;n ou\n uJmw'n kai; megavla e[rga th'" povlew"
th'/de gegrammevna qaumavzetai , pavntwn mh;n e}n uJperevcei
megevqei kai; ajreth'/ : levgei ga;r ta; gegrammevna o{shn
hJ povli" uJmw'n e[pauesevn pote duvnamin u{brei poreuomevnhn
a{ma ejpi; pa'san Eujrwvphn kai; !Asivan , e[xwqen
oJrmhqei'san ejk tou' !Atlantikou' pelavgou".
Tovte ga;r poreuvsimon h\n to; ejkei' pevlago" : nh'son
ga;r pro; tou' stovmato" ei\cen o} kalei'te , w{" fate ,
uJmei'" @Hraklevou" sthvla" , hJ de; nh'so" a{ma Libuvh"
h\n kai; !Asiva" meivzwn , ejx h|" ejpibato;n ejpi; ta;" a[lla"
nhvsou" toi'" tovte ejgivgneto poreuomevnoi" , ejk de; tw'n
nhvswn ejpi; th;n katantikru; pa'san h[peiron th;n peri;
to;n ajlhqino;n ejkei'non povnton.
Il meivzw / meivzwn non sta a significare “più grande”, ma semplicemente “più potente, più importante”. D’altra parte basta interpretare Platone con Platone; il quale, a proposito delle dimensioni dell’isola, ci dice che essa misura semplicemente 3000 stadi per 2000 stadi. Tutto qui.
E non solo questo. Nel Timeo afferma che “quella potenza (duvnamin) invadeva tutta l'Europa e l'Asia”. In pratica ribadisce in maniera speculare, con altro termine più circoscritto, lo stesso medesimo concetto: il fatto cioè che tale isola di Atlantide fosse più potente, più attrezzata, più importante di tutti i regni di quel tempo.
Il significato, del resto, è chiaramente rimarcato da quel megavla (megavla e[rga) e dal megevqei (megevqei kai; ajreth'/) riferiti alla grandezza e al valore della città di Atene.
D’altra parte il gr. mevga" si deve far risalire alla radice sscr. MAG/M$G da cui deriva anche mavcomai che vuol dire “combattere”, e questa a sua volta, in maniera agglutinata, ad un men + a[gw che ci chiarisce, se mai ve ne fosse bisogno, che il combattere è attività tipica ed onorevole dell’uomo. Lo stesso Alessandro fu detto “grande” non per la sua statura, ovviamente, ma per le belle imprese che riuscì a compiere. Per cui va ridimensionata l’immagine di un’isola che a tutti appariva enorme e che ha fatto scaturire, nel tempo, le ipotesi più fantasiose.14
V’è poi un dato di un certo interesse: “mentre adesso, sommersa dai terremoti, è una melma insormontabile…”. Già ai tempi di Platone, quindi, era ancora possibile scorgere tracce di quanto era accaduto e di ciò che restava di quell’isola.
Questo è importante, e la lingua del filosofo rispecchia fedelmente, ricostruisce, testimonia, descrive con esattezza, se non l’esatta ubicazione che noi pigri lettori moderni facciamo dei riferimenti contenuti nei testi antichi, almeno la sua collocazione nell’alveo del Mediterraneo, di quel grande pantano su cui s’affacciano come rane sì tanti popoli.
E poi aggiunge: “che impedisce il passo a coloro che navigano da qui per raggiungere il mare aperto (ejpi; to; pa'n pevlago")”. Meglio sarebbe rendere il pa'n con “in ogni direzione”.
Bisogna qui sottolineare intanto che per indicare il mare Platone usa, nei passi su citati, tre termini solo apparentemente simili: uno, generico, qavlatta; poi pevlago" ad indicare il mare aperto; infine povnto" per designare un mare delimitato ed atto al piccolo cabotaggio. E non a caso in primo termine, primigenio, è femminile e indicativo dell’umore materno e uterino; l’ultimo maschile in corrispondenza con l’agire dei naviganti ellenici e non che osarono sfidare le acque e le incognite di nuovi viaggi; il secondo neutro perché è e rappresenta il segno della divinità e del mistero insondabile oltre l’orizzonte visibile. Orbene, nel passo in questione Platone parla di mare aperto, segno che si vuole mettere a confronto il mare interno, ad es. l’Egeo o altri mari interni, da cui era possibile con il piccolo cabotaggio raggiungere ogni isola ed ogni terra vicina con un altro mare, ben più vasto e aperto, senza riferimenti visibili immediati, cui alcuni ingenuamente oggi assegnano il nome di “oceano”.
Traducendo il testo platonico, tutti difatti dicono “procedendo dal di fuori dell’Oceano Atlantico (pelavgou")...”. Ovviamente sbagliano. Platone non ha mai usato il termine “Oceano”.
Bisogna subito affermare, a scanso di equivoci, che tale termine “ oceano” è tutto nostro, e che sarebbe errato leggere il passato alla luce dei nostri attuali parametri conoscitivi e simbolici.
Continuiamo ad analizzare il testo platonico.
Quindi, procedendo dal di fuori del “pelago” atlantico Atlantide invadeva tutta l’Europa e l’Asia.
Allora infatti quel mare era navigabile (segno, questo, che ai tempi di Platone - o di chi gli ha raccontato la vicenda- non lo era più), e davanti a quella imboccatura… Eccola finalmente! Proprio davanti a quella imboccatura (le presunte colonne d’Ercole) c’era l’isola di Atlantide. E da quella era possibile raggiungere le altre isole… e dalle isole a tutto il continente opposto che si trovava intorno a quel vero mare (peri; to;n ajliqhno;n ejkei'non povnton).
Ecco la prima segnalatura distintiva. Si tratta di un mare interno, ma per la profondità e la pericolosità appare al filosofo, ed alle genti del tempo, come una mare vero e proprio.
E qui si trovava Atlantide. E’ la prima indicazione sufficientemente circostanziata.
Ma davanti a quella imboccatura significa “al di qua” o “al di là” di tale imboccatura?
L’unica possibilità che abbiamo, alla luce delle indicazioni del filosofo, è che le Colonne d’Ercole altro non erano che lo stretto braccio di mare fra la costa sud-orientale della Sicilia e quella della Tunisia. Come sopra anticipavamo. Una ventina appena di km; o forse meno.
Immagine 2; variaz. di quella riportata da Vittorio Castellani 8
Spiridon Marinatos amava credere che Atlantide fosse Santorini. Ma ciò non è testimoniato da Platone, in quanto questi ci dice più avanti che i re dell’isola “governavano le regioni della Libia che sono al di qua dello stretto sino all’Egitto, e l’Europa sino alla Tirrenia”; segno che tale stretto doveva trovarsi a ridosso della Libia, nella sua parte centrale; e poi, tutto sommato, sarebbe stato oltremodo strano che a combattere le genti dell’Ellade fossero popoli che stavano in un territorio a ridosso dell’Ellade.
Questo è il passo più significativo di tutta la descrizione. Ma ci ritorneremo.
“Infatti -continua- tutto quanto è compreso nei limiti dell’imboccatura di cui ho parlato appare come un porto caratterizzato da una stretta entrata.” Anche questo particolare è degno di nota: non si tratta di un semplice “passo”, uno stretto, o, come vorrebbero tutti, dell’odierno Stretto di Gibilterra, in quanto all’interno di esso “appare come un porto (limhvn) caratterizzato da una stretta entrata”. Poi continua: “…quell’altro mare, invece, puoi effettivamente chiamarlo mare e quella terra che interamente lo circonda puoi veramente e giustamente chiamarla continente.”
Qui già comincia ad apparire l’effettiva localizzazione, se non di Atlantide, almeno dello stretto in questione e delle terre che lo circondano. L’allusione è chiara: ci si riferisce alla zona, indicata dalle cartine 1 e 2, che sta fra la Sicilia e la Tunisia. Abbiamo uno stretto, ed abbiamo un porto naturale; quindi un mare che, se pure interno, è vero mare ed una terra che interamente lo circonda e che si può definire continente. Anzi, le Colonne d’Ercole non sono il punto più vicino fra Sicilia e Tunisia bensì uno stretto budello che doveva esserci all’altezza dell’isola di Malta e che racchiudeva, assieme all’altro, quel porto naturale di cui parla il filosofo.
Ma questi non si ferma qui.
“In quest’isola di Atlantide… dinastia regale che dominava tutta l’isola e molte altre isole e parti del continente: inoltre governavano le regioni della Libia che sono al di qua dello stretto sino all’Egitto, e l’Europa sino alla Tirrenia… (pro;" de; touvtoi" e[ti tw'n ejnto;" th/'de Libuve" me;n h\rcon mevcri pro;" Ai[gupton, th'" de; Eujrwvph" mevcri Turrhniva"...) .”
Ne vien fuori che, dal punto di vista fisico di un greco che vive nel cuore dell’Ellade, esiste uno “stretto” oltre il quale c’è Atlantide e che questa “dominava…le regioni della Libia che sono al di qua” di tale stretto; quindi l’antica Libia, ovvero l’Africa del nord, si estendeva al di là e al di qua di tale stretto. Infatti appare ovvio che, se si intendono le colonne d’Ercole per l’attuale Gibilterra, dire “le regioni della Libia che sono al di qua etc…” sarebbe stato tautologico, eccessivo, sovrabbondante, inutile e superfluo; perché si trovano effettivamente al di qua di Gibilterra; né si può affermare che Platone intendesse alludere a quella parte dell’odierno Marocco che sta oltre Gibilterra, in quanto la descrizione è ben delimitata geograficamente: “…al di qua dello stretto fino all’Egitto.” Ed allora è come se avesse detto: “nella parte centrale sino all’Egitto”. Del resto, se Atlantide era così potente come giustamente dice il filosofo e visto che stava oltre le colonne d’Ercole, come mai avrebbe dovuto estendere la sua dominazione solo al di qua e non anche “al di là” ?
Gli è che egli vuol mettere in evidenza i quadranti su cui tale dominio si estendeva: dalla Tunisia all’Egitto, e dalla fenicia Europa sino alla Tirrenia; e cioè che Atlantide aveva la propria sfera d’influenza sull’attuale Maghre’b orientale (ovviamente per dominare i traffici commerciali che proprio là erano fiorentissimi) e poi sulla parte più ad est del Mediterraneo, e poi su su fino alle zone dell’Asia Minore che non erano state ancora colonizzate dagli Elleni. Questi erano allora relegati a nord di Creta, nell’Egeo, e da qui fino all’Ellesponto.
Ma ritorniamo al Crizia.
Qui (108e) si legge: “…erano 9000 anni da quando, come si racconta, scoppiò la guerra tra i popoli che abitavano al di là rispetto alle Colonne d’Ercole e tutti quelli che abitano al di qua; e questa guerra bisogna ora descriverla compiutamente.”
Va sottolineato, qui, il “tutti quelli che abitano al di qua ( toi'" ejnto;" pa'sin )” del testo. Qui l’Autore intanto vuol mettere in evidenza come ci fosse stata un’enorme coalizione di tutti i popoli del Mediterraneo orientale, massime gli Elleni, per contrastare coloro che, guidati dagli Atlantidi, volevano conquistare anche quella parte del mondo allora “visibile”.
In quanto ai “popoli che abitavano al di là rispetto alle Colonne d’Ercole” è assurdo pensare, credere, ipotizzare che Platone volesse alludere ad altri. A chi?, agli Amerindi forse? Perché non si limita a dire “gli Atlantidi”, ma “tutti i popoli etc,etc.”; ed allora tale coalizione contro gli Elleni, guidata dagli abitanti di Atlantide, doveva forse essere formata da "Americani", Cubani, abitanti di Vattelapesca e così via? Certo che no!, e la cosa mi pare fin troppo evidente per spenderci altro tempo.
La descrizione dell’isola la troviamo poi più avanti (113c sqq.). Vi si legge che la parte centrale dell’isola di Atlantide, là dov’era la città del maggiore dei 10 re, intanto aveva un diametro di appena 5 stadi, ovvero di poco meno di 1000 mt (essendo la stadio att. di 177,60 mt); che attorno a questa città si fecero correre 5 cinte difensive, tre d’acqua e due di terraferma; che oltre tale cintura v’era una pianura che si estendeva sui due lati per 3000 stadi e per 2000 dall’ultima cinta fino al mare; che vi era abbondanza di fauna, e fra i tanti animali pure l’elefante. Notazione significativa, questa dell’elefante, in quanto sappiamo bene che tale animale (in una sua variante della specie, quella dell’elefante “nano”) ebbe un suo habitat proprio a quella latitudine: in Sicilia.
V’è poi un altro riferimento geografico: la parte più importante guardava verso il mare (aperto), mentre sull’altro lato essa guardava verso la regione Gadirica.
Qui bisogna procedere con maggiore attenzione.
I più intendono, per avvalorare l’ipotesi Colonne d’Ercole = Gibilterra, “nei pressi di Cadice”.
Il fatto è che Platone dice molto semplicemente “il fratello (scil. di Atlante) gemello nato dopo di lui, che aveva ricevuto in sorte l’estremità dell’isola verso le colonne d’Ercole, di fronte alla regione oggi chiamata Gadirica (ejpi; to; th'" Gadeirikh'" nu'n cwvra") dal nome di quella località, in greco era Eumelo (Eu[mhlon), mentre nella lingua del luogo Gadiro, il nome che avrebbe appunto fornito la denominazione a questa regione.”
Non dice, difatti, “presso” e neppure “nelle vicinanze”; dice solamente “verso”; il che significa solo che era rivolta verso quella regione che, per qualche motivo, doveva essere assai nota; ma ciò prescinde dalla nozione di vicinanza, ovviamente.
Interessante il nome greco di Gadiro che è, come s’è visto, Eu[mhlon. Esso (cfr. mevla", ma in Hom. (h 104) mhvlopa “couleur de coing”)15 ci indica come gli Elleni avevano denominato il fratello di Atlante; inoltre se si analizza l’etimo del nome che apparentemente non è greco, come dice Platone, e cioè Gadiro (Gavdeiron) e quindi quello della regione Gadirica, ci si accorge invece che esso ci richiama pure ad un etimo greco: abbiamo difatti un ga' (terra) e un deirav" / deirhv (sscr. drsat) (collo, roccia, giogo, catena, collana).
La prima voce è chiaramente dorica, e questo la dice lunga sull’antichità del termine (altrove abbiamo dimostrato come la prima discesa dei Dori debba collocarsi intorno al 16° sec. a.C.)16; la seconda ci richiama alla probabile conformazione del territorio governato da tale Gadiro: “Una striscia di terra” o “una collana di isole”. Potrebbe essere, questa, una valida ipotesi, anche al fine di localizzare il punto esatto di Atlantide.
Non di certo Cadice.
Ci sarebbe poi, in analogia col nome gr. Eumelo, la possibilità che Gadiro volesse anche significare “dal dorso colore della terra”. Non è la prima volta, difatti, che l’etimo di un termine sia doppio, ambivalente; che racchiuda in sé, cioè, tutta la strana magia della parola.
“ Una collana di isole” ? Il dato è interessante, anche se non ci offre altri spunti per una probabile congettura. Il fatto è che nell’aera del mediterraneo centro-orientale di tali “collane” di isole ce n’è a iosa; dal Dodecaneso alle Cicladi fino alle Eolie.
Certo, la mente corre subito alle Eolie in quanto non solo sono “una collana di isole” ma anche perché sono di natura vulcanica eppertanto appaiono scure a causa delle colate laviche.
Insomma, tutto concorda a designare la zona da noi indicata come l’unica possibile per identificarvi il sito dell’antica Atlantide. Che poi la fantasia degli uomini e degli scrittori abbia fatto di tale terra un luogo arcano dello spirito e il rifugio ultimo dei sogni, ebbene questa è altra cosa che esula ovviamente dalla ricerca e dall’analisi del testo.
A noi basta quanto lo stesso Platone ci dice. E non è poco.
Bibliografia essenziale:
Fra le fonti antiche: Omero, Esiodo, Euripide, Teopompo, Diodoro Siculo, Plutarco, Strabone, Plinio, Dionigi di Mitilene, Pomponio Mela, Marcello, Arnobio, Macrobio, Eliano, Claudiano.
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J.V.Luce, La fine di Atlantide, 1976.
B.Martinis, Atlantide: mito o realtà, 1989.
O.T.Much, I segreti di Atlantide, 1979.
G.Perrone, Atlantide, leggenda e testimonianze, 1928.
V.Castellani, Quando il mare sommerse l’Europa, 1999.
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Omero, Odissea, a cura di G. Aurelio Privitera, Mondatori - Fondaz. Valla, 1981.
Wilson, C. (1996). From Atlantis to the Sphinx, Virgin Books, Londra.
1 E’ il canto dell’Ulisse dantesco, il XXVI dell’Inferno.
2 Se i Greci chiamarono “Esperia” l’Italia gli è perché lì essi chiudevano la loro rappresentazione del mondo e pertanto a quella longitudine, più o meno, dovevano aver fissato il limite estremo per il loro raggio d’azione e per la loro visione del mondo.
3 Nel breve tratto di mare che separa l’isola di Lipari dall’isoletta di Vulcano, si potrebbero riconoscere i due scogli, le due “planktai petrai ”. A questo proposito, ancora una precisazione. L’espressione non significa “pietre erranti” (che noi pure abbiamo utilizzato nell’incipit di questo breve saggio), ma semplicemente “pietre su cui si va a cozzare”. Insomma, non sono gli scogli a muoversi (ché non potrebbero); si tratta solo della sovrapposizione poetica di 2 dense immagini: quella del forte moto ondoso e quella delle navi che senza più governo vanno a schiantarsi su tali rocce.
4 cfr. S. Warren Carey, La terra in espansione, ed. Laterza, Bari, 1986. Analizzato qui in chiave geologica, il fenomeno noi l’abbiamo dedotto da una particolare analisi fisica ed astronomica.
5 Diodoro Siculo nel libro III delle sue Storie ( ma prima di lui già Matone)ci dice della scomparsa del lago Tritonis invaso dalle acque marine a causa dì un terremoto che aveva distrutto le sponde prossime al mare.
6 La memoria s’è conservata nel mito di Kore-Persephone, che venne rapita da Ades mentre stava raccogliendo dei fiori nei prati attorno ad Enna e che fu portata nel regno ktonio attraverso una profonda e spaventosa voragine. Narrato a più riprese da vari autori greci e latini tra i quali Callimaco, Strabone, Ovidio, Diodoro Siculo, Cicerone e soprattutto Claudiano, con il suo "De Raptu Proserpinae", questo mito, fece nell'antichità la ricchezza della città di Enna, elevandola infatti al rango di vera e propria città santa, luogo di pellegrinaggi e di fiorenti mercati e di viaggi di illustri esponenti della koinè ellenistico-romana.
Queste attività, oltre che essere descritte da vari autori antichi ed in particolare da Cicerone nelle sue Verrine, sono testimoniate dagli interessantissimi resti che negli ultimi anni, a partire dal dopoguerra con una prima perlustrazione di superficie condotta dall'illustre studioso Luigi Bernabò Brea e dall'archeofilo ennese, il Barone Potenza, vanno venendo alla luce nell'altura pergusina di Cozzo Matrice, dalla quale peraltro si gode una delle più belle viste dell'intero bacino e nella quale si è ritrovata anche una piccola cavità naturale che evidentemente venne utilizzata dalle popolazioni locali come surrogato dell'ingresso plutonico.
L’antico nome, poi, di Pergo ci richiama ad una origine greco-anatolica del termine.
E’ testimoniata nel gr. pevrgamon e nel demo att. pergavsh (Stef.Biz.), da cui poi il ted. burg / berg.
La cosa interessante è che lo troviamo testimoniato come pevrgama ( Troiva" ), per cui il cammino del lemma potrebbe essere: Creta (non ancora testimoniato), Troia, Grecia, e quindi Sicilia.
7 E la stesura dell’Odissea di certo ricalca un tale schema, di volta in volta adattando il racconto alla espansione dei Greci verso orizzonti sempre più lontani. Difatti Odìsseo (op.cit., XII) passato, su consiglio di Circe, nei pressi delle rupi eoliane si dirige alla volta della Sicilia: Qrinakivhn d! ej" nh'son avfixeai... (v. 127; cfr. anche 429). Ma si tratta veramente della Sicilia? Ne dubitiamo, visto che ciò sarebbe accaduto dopo il passaggio nel varco fra Scilla e Cariddi. Se veramente Scilla e Cariddi rappresentassero due lembi della costa calabra e messinese, Omero non si sarebbe espresso in tal modo: perché Odìsseo, in tal caso, avrebbe già toccato la Sicilia. E d’altra parte il limevn non poteva trovarsi lì, in quello che molti identificano come il porto naturale di Messina (una falce, da cui l’antico nome di Zancle). Non c’era neppure quel grosso corso d’acqua , sthvsamen ejn limevni glafurw'/ .... a[gc! u{dato" glukeroi'o (v.305), di cui dice il Poeta.
8 V. Castellani, Quando il mare sommerse l’Europa, ed. Ananke, Torino, 1999.
9 La notizia sui tre libri di Filolao mi è stata gentilmente rammentata dal caro amico prof. Emilio Spedicato.
10 Qui “povero” in senso letterale, se vogliamo dar credito a Isocrate il quale ci dice delle condizioni di indigenza nelle quali versavano gli intellettuali nella democratica Atene che era invece così prodiga nei riguardi degli atleti. Come oggi. Nulla, a quanto pare, è cambiato nel costume dei politici.
11 Fr. 14 A 17 DK (Giamblico, Vita pitagorica, 199). Vedasi anche Diogene Laerzio, VIII, 84-85 (cfr.I Presocratici, Laterza, Bari, 19904, pag. 130).
12 Si tratta forse di mera congettura, nata dal mio grande amore per il poeta latino Virgilio, il quale fa edificare Cartagine durante le peregrinazioni di Enea (altro mito eziografico) dopo la caduta di Troia.
13 Platone, Timeo e Crizia, a cura di Enrico V. Maltese, Newton C. ed., Roma, 1997.
14 Ma c’è ancora un altro dato linguistico che conforta tale lettura. Il termine Atlantide deriva dal greco, ovviamente, e precisamente dalla Ö aql- di ajqlevw che significa “ combattere, gareggiare”; ragion per cui il termine Atlantide vuole identificare un popolo di guerrieri e/o di gente capace di compiere imprese imponenti. E, presumo, non solo guerresche, vista la descrizione che della città di Atlantide fa Platone.
8 V. Castellani, Quando il mare sommerse l’Europa, ed. Ananke, Torino, 1999.
15 P. Chantraine, La formation des noms en grec ancien (p. 258).
16 R. Vieni, La lingua dei Micenei, Cz, 1990.
1 E’ il canto dell’Ulisse dantesco, il XXVI dell’Inferno.
2 Se i Greci chiamarono “Esperia” l’Italia gli è perché lì essi chiudevano la loro rappresentazione del mondo e pertanto a quella longitudine, più o meno, dovevano aver fissato il limite estremo per il loro raggio d’azione e per la loro visione del mondo.
3 Nel breve tratto di mare che separa l’isola di Lipari dall’isoletta di Vulcano, si potrebbero riconoscere i due scogli, le due “planktai petrai ”. A questo proposito, ancora una precisazione. L’espressione non significa “pietre erranti” (che noi pure abbiamo utilizzato nell’incipit di questo breve saggio), ma semplicemente “pietre su cui si va a cozzare”. Insomma, non sono gli scogli a muoversi (ché non potrebbero); si tratta solo della sovrapposizione poetica di 2 dense immagini: quella del forte moto ondoso e quella delle navi che senza più governo vanno a schiantarsi su tali rocce.
4 cfr. S. Warren Carey, La terra in espansione, ed. Laterza, Bari, 1986. Analizzato qui in chiave geologica, il fenomeno noi l’abbiamo dedotto da una particolare analisi fisica ed astronomica.
5 Diodoro Siculo nel libro III delle sue Storie ( ma prima di lui già Matone)ci dice della scomparsa del lago Tritonis invaso dalle acque marine a causa dì un terremoto che aveva distrutto le sponde prossime al mare.
6 La memoria s’è conservata nel mito di Kore-Persephone, che venne rapita da Ades mentre stava raccogliendo dei fiori nei prati attorno ad Enna e che fu portata nel regno ktonio attraverso una profonda e spaventosa voragine. Narrato a più riprese da vari autori greci e latini tra i quali Callimaco, Strabone, Ovidio, Diodoro Siculo, Cicerone e soprattutto Claudiano, con il suo "De Raptu Proserpinae", questo mito, fece nell'antichità la ricchezza della città di Enna, elevandola infatti al rango di vera e propria città santa, luogo di pellegrinaggi e di fiorenti mercati e di viaggi di illustri esponenti della koinè ellenistico-romana.
Queste attività, oltre che essere descritte da vari autori antichi ed in particolare da Cicerone nelle sue Verrine, sono testimoniate dagli interessantissimi resti che negli ultimi anni, a partire dal dopoguerra con una prima perlustrazione di superficie condotta dall'illustre studioso Luigi Bernabò Brea e dall'archeofilo ennese, il Barone Potenza, vanno venendo alla luce nell'altura pergusina di Cozzo Matrice, dalla quale peraltro si gode una delle più belle viste dell'intero bacino e nella quale si è ritrovata anche una piccola cavità naturale che evidentemente venne utilizzata dalle popolazioni locali come surrogato dell'ingresso plutonico.
L’antico nome, poi, di Pergo ci richiama ad una origine greco-anatolica del termine.
E’ testimoniata nel gr. pevrgamon e nel demo att. pergavsh (Stef.Biz.), da cui poi il ted. burg / berg.
La cosa interessante è che lo troviamo testimoniato come pevrgama ( Troiva" ), per cui il cammino del lemma potrebbe essere: Creta (non ancora testimoniato), Troia, Grecia, e quindi Sicilia.
7 E la stesura dell’Odissea di certo ricalca un tale schema, di volta in volta adattando il racconto alla espansione dei Greci verso orizzonti sempre più lontani. Difatti Odìsseo (op.cit., XII) passato, su consiglio di Circe, nei pressi delle rupi eoliane si dirige alla volta della Sicilia: Qrinakivhn d! ej" nh'son avfixeai... (v. 127; cfr. anche 429). Ma si tratta veramente della Sicilia? Ne dubitiamo, visto che ciò sarebbe accaduto dopo il passaggio nel varco fra Scilla e Cariddi. Se veramente Scilla e Cariddi rappresentassero due lembi della costa calabra e messinese, Omero non si sarebbe espresso in tal modo: perché Odìsseo, in tal caso, avrebbe già toccato la Sicilia. E d’altra parte il limevn non poteva trovarsi lì, in quello che molti identificano come il porto naturale di Messina (una falce, da cui l’antico nome di Zancle). Non c’era neppure quel grosso corso d’acqua , sthvsamen ejn limevni glafurw'/ .... a[gc! u{dato" glukeroi'o (v.305), di cui dice il Poeta.
8 V. Castellani, Quando il mare sommerse l’Europa, ed. Ananke, Torino, 1999.
9 La notizia sui tre libri di Filolao mi è stata gentilmente rammentata dal caro amico prof. Emilio Spedicato.
10 Qui “povero” in senso letterale, se vogliamo dar credito a Isocrate il quale ci dice delle condizioni di indigenza nelle quali versavano gli intellettuali nella democratica Atene che era invece così prodiga nei riguardi degli atleti. Come oggi. Nulla, a quanto pare, è cambiato nel costume dei politici.
11 Fr. 14 A 17 DK (Giamblico, Vita pitagorica, 199). Vedasi anche Diogene Laerzio, VIII, 84-85 (cfr.I Presocratici, Laterza, Bari, 19904, pag. 130).
12 Si tratta forse di mera congettura, nata dal mio grande amore per il poeta latino Virgilio, il quale fa edificare Cartagine durante le peregrinazioni di Enea (altro mito eziografico) dopo la caduta di Troia.
13 Platone, Timeo e Crizia, a cura di Enrico V. Maltese, Newton C. ed., Roma, 1997.
14 Ma c’è ancora un altro dato linguistico che conforta tale lettura. Il termine Atlantide deriva dal greco, ovviamente, e precisamente dalla Ö aql- di ajqlevw che significa “ combattere, gareggiare”; ragion per cui il termine Atlantide vuole identificare un popolo di guerrieri e/o di gente capace di compiere imprese imponenti. E, presumo, non solo guerresche, vista la descrizione che della città di Atlantide fa Platone.
8 V. Castellani, Quando il mare sommerse l’Europa, ed. Ananke, Torino, 1999.
15 P. Chantraine, La formation des noms en grec ancien (p. 258).
16 R. Vieni, La lingua dei Micenei, Cz, 1990.
Autore: Dr. Rosario Vieni
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Conferenza: "THE ATLANTIS HYPOTHESIS", Isola di Milos, Grecia 11-13 Luglio 2005
Rosario Vieni è nato a Messina nel 1942, vive attualmente a Pistoia. Ha insegnato per 39 anni nei Licei, e nel 92-93 è stato ricercatore all'Università di Siena (su comando). Traduttore dei Lirici greci e di Virgilio, ha pubblicato col CNR un saggio sulla Lingua dei Micenei (90) in cui propone una nuova lettura dei testi in Lineare B e di un libello sul Disco di Festo. Ha partecipato al II Congresso Internazionale di Micenologia (91) come delegato del Presidente del CNR, e nel 98 è stato chiamato a partecipare al III Congresso Internazionale di dialettologia neoellenica e a presiedere alla fase finale dei lavori (Chalimnos/Rodi) (cfr. Atti dell'Università di Atene, 2000). E' stato citato da Harald Haarmann in un testo apparso a Berlino e a New York, e al suo lavoro si fa riferimento sulla rivista dell'Università di Madison nel Wisconsin (del Dipartimento diretto da E.Bennett).
Nel luglio 2005 (11-13 luglio), partecipa a Milos alla Conferenza Internazionale su Atlantide con una relazione che porta il titolo “11500 years ago…”.
La storia
Era un Faraone morto troppo giovane, a soli diciannove anni. Salì sul trono a nove, dopo la morte di Akhenaton. Fino alla scoperta della sua tomba - praticamente intatta - da parte di Howard Carter nel 1921, nessuno poteva giurare che fosse veramente esistito. Il suo nome non era scritto tra quelli della lista dei re nel tempio di Seti I ad Abydos…si passava direttamente da Amenothep III… a Horemheb![1] Ma siamo ben lungi dal dire che sappiamo chi egli fosse veramente, e molti sono gli interrogativi tuttora irrisolti. Molti archeologi e vari studiosi di tutto il mondo si stanno dedicando da anni - in una specie di competizione - a studiare la vera storia di questo Faraone, e così ogni tanto qualcuno ipotizza una nuova teoria sulla sua vita, su quella dei suoi probabili familiari, e sulla sua morte. Conosciamo tutti la fisionomia del giovane re. La conosciamo proprio dalla sua maschera d’oro esposta al museo del Cairo, e famosa in tutto il mondo.
Invece, secondo alcuni, quella maschera potrebbe raffigurare il volto di Semenkhkara…chissà! Intrighi “reali” irrisolti: come mai in vari oggetti della tomba è stato cancellato un precedente nome dai cartigli prima di sostituirlo con quello definitivo di Tutankhamon? È stata dunque depredata la tomba di qualcun altro per l’improvvisa morte del giovane Tut, e ne sono stati usati, adattandoli, parte degli arredi funerari?
Semenkhkara, un personaggio misterioso...
Un monarca effimero che Akhenaton associò al trono prima di morire? Forse era un fratello di Tutankhamon, nato anche lui da una sposa secondaria del re? Ma se invece non era suo fratello, doveva allora essere un nobile destinato a succedere Akhenaton sul trono della “Città del Sole”…
Oppure, secondo alcune teorie più spregiudicate, poteva essere un giovane cortigiano, amante di Akhenaton l’eretico… l’effeminato, che gli fece anche sposare una delle sue figlie, per garantirgli il trono.
Ma perché, dopo qualche anno, il nome di Nefertiti si ritrova, in parte, nella titolatura di Semenkhkara (Akhen-Peru-Ra-Nefer-Neferu-Aton)? E perché mai Nefertiti, che per sei anni aveva usato quel titolo, non fu più nominata? Si ritirò a vivere definitivamente in disparte, per il comportamento omosessuale del marito? O forse morì? A meno che…
Nefertiti
E se il misterioso Semenkhkara altri non fosse se non la stessa Nefertiti, moglie di Akhenaton e matrigna di Tut? Questo potrebbe spiegare come mai Nefertiti a un certo punto sparì dalla scena e apparve il nome di Semenkhkara: la regina diventò Faraone e cambiò nome, oppure si trasformò in un “doppio” del Faraone. Si spiegherebbe come mai il nome di Akhen-Peru-Ra-Nefer-Neferu-Aton cominciò, a un certo momento, ad apparire quasi ossessionatamene…
Ma se le cose non andarono così, allora la bella sposa reale evidentemente morì, e a lei il marito dovette fornire una tomba degna di una regina e un bellissimo corredo funerario (che però non furono mai rinvenuti). Attenzione: in questo caso, allora, gran parte potrebbe essere quello esposto nelle sale del museo dedicate a Tutankhamon…
C’è dell’altro. A chi erano veramente dedicate quelle bellissime parole d’amore - rivolte a Akhen-Peru-Ra-Nefer-Neferu-Aton - incise sul sarcofago… che invece fu usato per il giovane Faraone morto prematuramente, depredando l’altra tomba? Potevano essere dedicate a Nefertiti… ma anche al cortigiano Semenkhkara!
Sembra alquanto improbabile, comunque, che la tomba, gli arredi funerari, il sarcofago e la maschera fossero già pronti alla morte di Tut: chi poteva immaginare che sarebbe morto così giovane?
Sappiamo da recenti esami radiografici, che soffriva di una tara ereditaria che gli provocava una tale rigidità alla base del cranio, che sarebbe bastata una caduta, oppure un colpo alla nuca
(A), per morire sul colpo; questo suo handicap lo costringeva ad usare un bastone, ma non gli impediva di guidare i carri da caccia…
Nella zona B è visibile la scheggia ossea provocata dall'estrazione del cervello dalle narici durante l'imbalsamazione

Una malformazione
Questo spiega molte cose. Intanto, i carri da caccia trovati smontati nella tomba; la quantità di bastoni riccamente lavorati; gli affreschi che lo raffigurano con il bastone e con una strana postura – leggermente anchilosata – dei piedi.

Infine, è stato appurato, senza ombra di dubbio, che morì per un colpo alla nuca, e dunque o cadde dal carro e pestò la testa… oppure fu ucciso! Sarebbe stato comunque molto facile manomettere una ruota e provocare un incidente…
A causa di questo grave morbo, sommato alla consanguineità con la moglie/sorella, le radiografie sui due feti sepolti con lui nella tomba, dimostrarono che uno dei due era nato affetto da spina bifida.
Il giovane re, non solo era affetto da un male che avrebbe interrotto precocemente la sua giovane vita, ma per giunta non era in grado di avere un successore. Certo è che la sua salute era precaria, e che morì precocemente, lasciando una giovanissima vedova senza eredi.
Quanto tempo avevano a disposizione i suoi familiari e i sacerdoti, per preparare tutto il necessario per la sepoltura? Al massimo una settantina di giorni, praticamente solo il tempo previsto dal rito dell’imbalsamazione… e francamente stento a credere che tali capolavori siano stati fatti così velocemente! È molto più logico, anche conoscendo le abitudini di allora, pensare che siano stati sottratti ad un’altra mummia, alterando qualche geroglifico, i cartigli, e modificando qualche dettaglio simbolico.
E in questo caso che fine ha fatto l’altra mummia?
La regina madre
Per non parlare di un’altra congettura storica: sembra che la regina Tiye - moglie di Amenhothep III - dopo la morte del marito, abbia governato per parecchi anni assieme al figlio Akhenaton; o per lo meno fino al suo matrimonio con Nefertiti, “grande sposa reale” scelta probabilmente da lei stessa.
Il suo unico figlio maschio era dunque ancora troppo giovane, ed poi le sembrava inadeguato a sedere da solo sulla sedia del trono… e gli altri due figli maschi di Amenhotep, i giovani Semenkhkara e Tutankhamon, nati da una moglie secondaria di Amenothep, erano ancora (per fortuna, per il piano di Tiye) dei bambini.
Quindi Akhenaton governò con la madre a fianco… ma in realtà reggeva lei le redini del comando.
E poi lui regnò per anni insieme a Nefertiti, che lo assecondò nel suo progetto di riforma religiosa.
Crani oblunghi
Ebbero sei figlie, tutte femmine.
Formavano una visione familiare molto armoniosa, come si vede ancora oggi sui bassorilievi: la coppia reale amava farsi ritrarre in un atteggiamento tenero e confidenziale con le figlie, che apparivano nude. Per la prima volta si vedono scene di un faraone e la sua famiglia ritratti mentre mangiano!
Il Faraone stesso mostra indifferente la sua obesità e dei lineamenti tutt’altro che idealizzati. A causa delle sue malformazioni, qualche medico pensò anche a una malattia deformante piuttosto rara, la “sindrome di Frohilich”, che poi si dimostrò una tesi impossibile, perché provoca la sterilità.
E Akhenaton non era affatto sterile, ed ebbe sei figlie (e i loro crani oblunghi ne erano la prova) solo da Nefertiti.
Se poi Tutankhamon era suo figlio, ne ebbe anche di più (tra l’altro, recenti radiografie hanno rivelato che il cranio di Tut era alquanto oblungo, e compatibile con i ritratti di Akhenaton).

Io penso anche che fu deciso, in un momento di grandi cambiamenti, di mettere in atto una “rottura stilistica”, che meglio si adattasse alla nuova religione, e naturalmente fosse adottata da lì in avanti come “nuovo stile artistico”, dove i difetti dei corpi erano esasperati in quanto “prova” della discendenza dalla razza divina (amata dal disco solare).
Un Profeta illuminato
La famiglia reale ostentava i propri crani rasati, che erano oblunghi come quelli degli antichi dèi (effettivamente alcuni lo erano davvero), il che dimostrava la divinità della stirpe di Akhenaton.
Anche questo era un fatto assolutamente nuovo, e decretava che questo faraone non era un falso profeta.
Così il Sole, unica divinità assoluta, irradiava direttamente sulla famiglia reale i suoi raggi vitali.
In un delirio di amore, il Faraone Akhenaton si faceva raffigurare in atteggiamento di distribuirli benevolmente ai sudditi: egli stesso era dispensatore di Amore di Dio.
A un certo punto successe qualcosa.
Quando morì - o uscì di scena - Nefertiti, Tiye, da grande stratega, mise il figliastro Semenkhkara al fianco di Akhenaton; ma gli fece anche sposare Meritaton, figlia di Akhenaton e di Nefertiti….
Alla fine morirono uno dopo l’altro, e così Tutankhamon si trovò a dover regnare, dopo aver sposato un’altra figlia di Akhenaton e Nefertiti: una sorellastra che lui conosceva bene, essendo cresciuto insieme a lei nella Grande Casa.
Una giovane vedova
I due si amavano davvero, ma purtroppo ebbero solo due figlie femmine, che morirono appena nate a causa di una tara atavica (le due piccole mummie furono ritrovate nella tomba di Tutankhamon). Dovettero provvedere insieme alle varie sepolture dei loro familiari. Fecero ripristinare in fretta la vecchia religione, sotto la pressione dei sacerdoti.
Questa famiglia reale, a causa della rivoluzione religiosa provocata, dev’essere stata vittima di mille congiure di palazzo; e siccome le colpe dei padri ricadono sui figli, il gran sacerdote dovette ritenere giusto, al momento opportuno, far sparire tutti gli altri eventuali successori del Faraone “eretico”, eliminandone ogni traccia di parentela.
Infine, per maggior sicurezza, succedette lui stesso a Tutankhamon.
Il visir e gran sacerdote Ay, per raggiungere questo obiettivo, ordinò una congiura per uccidere il giovane Faraone Tut e poterne poi sposare la moglie.
La giovane Ankhesenamun - vedova di Tut – che non voleva certo sposare Ay, scrisse una lettera al re ittita Suppiluliumas, nella quale gli chiedeva uno dei suoi figli in marito, per evitarle un ignobile matrimonio, non avendo lei eredi. Era disposta a scrivere anche ad un nemico, pur di evitare di sposare l’infame Ay, ed aveva pochissimo tempo, dovendo trovare un marito prima del rito funebre: aveva solo settantadue giorni.
Il re non dovette crederle subito, pensando ad un tranello. Si convinse, invece, dopo aver inviato un investigatore e ricevuto una seconda lettera, alla quale rispose, confermando che uno dei suoi figli era partito per diventare Faraone.
Conosciamo con certezza questi fatti, perché sono descritti in un documento ittita. Sappiamo anche che il giovane principe non arrivò mai, in quanto fu assassinato! Sembra logico pensare che Ay avesse scoperto tutta la macchinazione, avendo avuto di sicuro degli informatori nel palazzo.
Il Sacerdote diventa Faraone
Ay sposò la vedova e divenne Faraone. Non solo. Il cartiglio di questo nuovo Faraone, dopo meno di un anno, appare vicino a quello di un’altra sposa reale, e di Ankhesenamun non si saprà più nulla…
In cambio, Ay non regnò a lungo.
Qualche studioso ipotizza anche che la stessa Nefertiti fosse figlia di Ay, ed abbia sposato Horemheb, suo successore. Ma in questo caso era ancora viva! Dunque i misteri e le congiure di palazzo non hanno mai fine!
Chissà se sapremo mai cosa successe all’epoca? Ciò che sappiamo per certo, è che la nutrice di Nefertiti si chiamava Tiye, proprio come la grande sposa reale di Amenothep III, e questa Tiye sposò Ay.
Sparì di scena Ankhesenamun e Tiye fu la sua grande sposa reale.
Che anche Nefertiti fosse stata figlia di Amenothep?
Nessuno può dirlo. Purtroppo le sue origini sono avvolte, come al solito, nella nebbia. Altrettanto come la sua morte: è verosimile, comunque, che possa essere deceduta prima di Akhenaton, se lui sposò una delle loro figlie, Meritaton (benché con un matrimonio puramente simbolico).
Nel caso in cui Nefertiti fosse stata viva, allora Meritaton, il cui nome significa “amata da Aton”, avrebbe potuto costituire il terzo elemento della trinità (padre, madre, figlio) della nuova religione monoteista.
È comunque sicuro che a un certo punto Meritaton sposò Semenkhkara, che morì dopo tre o quattro anni, così come morì poco dopo anche la giovane moglie…
Vorrei ricordare che nell’anno 12 di questo regno morì anche la principessa Meketaton, secondogenita di Nefertiti…
Quanti lutti per Akhenaton in pochi anni! Quante tombe da costruire! E quanti arredi funerari!
E dopo la drammatica fine del suo delirio religioso, dopo essere stato ucciso e maledetto, quando le tombe della sua famiglia venivano cercate per essere distrutte, io voglio pensare che ci sia stato ancora qualche suo familiare nascosto, o qualche pietoso sacerdote ancora legato alla sua religione monoteista, che abbia trasferito altrove le mummie, magari in qualche luogo più sicuro, lontano dalla collera e dalla profanazione.
Se un giorno si scoprirà la “vera” tomba di Nefertiti (ogni tanto qualcuno crede di averla finalmente, ma poi si appura – regolarmente – che non corrisponde per età, fisionomia, o altri particolari), o quella di Akhenaton (che forse è la tomba KV51 della Valle dei Re), allora molti misteri saranno risolti.
] Secondo la lista di Manetone, dopo Amenothep III, ci furono: Amenothep IV (Akhenaton), Smenkhara, Tutankhamon, Ay, Horemheb.
Sono stati ritrovati, sparsi per il mondo, una serie di tredici manufatti in quarzo levigato, i quali ora appartengono a musei e privati.
Non si sa con precisione che sia stato a crearli. Potrebbero essere stati i Maya, gli Aztechi o altre popolazioni; inoltre altro problema è che ancora ad oggi non si è del tutto capito quale fosse la loro funzione.
Per questo motivo sono nate intorno a questi manufatti molti aneddoti e credenze, tra cui attribuzioni di poteri magici legati a rituali ai quali sarebbero stati coinvolti, e alle quali si sono aggiunte in seguito molte altre inerenti all’occultismo, il paranormale e l’ufologia.
Infatti molti dibattiti sono accresciuti nel tempo in base alla possibilità di eventuali proprietà ESP, e sono stati inoltre classificati come manufatti alieni abbandonati sulla Terra.
Circa la loro origine esistono molti problemi, causati soprattutto dalla non disponibilità dei proprietari ad eseguire perizie.
Infine è interessante è che, secondo una antica leggenda Maya, di dubbia origine, con la riunione dei teschi si darebbe inizio ad una nuova era nella data fissata per il 21 Dicembre 2012.
Didi e da Tommy